Non è una poesia!

Qualche giorno fa il ministro inglese Jeremy Hunt ha chiesto un secondo referendum in caso di accordo sulle frontiere. Ho proposto in fb una traccia per una possibile risposta. La ripropongo qui per lettori più attenti.

Mio caro ministro,
Avendo letto la sua lettera
A me spetta l’onere di rispondere,
Non avendo altri cui delegare
Di tale compito l’esecuzione.
A noi sta il compito
Tiranno di dare seguito
E compimento al voto
Volontario e democratico
Espresso pochi giorni fa
Nel Regno Unito
E senza indugio evitare
Attese deleterie per questa già
Fragile Europa.
Faccia i suoi giochi altrove
Affrontando l’esito dell’azzardo
Nei confronti della
Comunità nominalmente
Unita.
Lei capirà se non mi dilungo oltre,
Ossequi.

PS – Occhio alla prima lettera di ogni verso.

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Rivoluzione digitale!

Sono nato in Puglia ma risiedo a Roma da più di 10 anni, pure Vito, uguale uguale. Pochi giorni fa riceviamo la tessera sanitaria nuova, tutte e due con logo della Puglia. Vito, più accorto di me, pensa che qualcosa non va e chiama il numero verde del portale della tessera sanitaria. L’operatrice, informata del problema, riferisce gentilmente che le tessere vanno cambiate e che tra regione Puglia e regione Lazio ci deve essere stato un problema di comunicazione in merito al cambio di residenza. Come risolvere il problema? Andare alla ASL di riferimento e comunicare il cambio (avvenuto 10 anni fa!). In altre parole due regioni non si parlano e le persone devono perdere una mattinata di lavoro o di riposo per andare a comunicare che hanno cambiato residenza. Vito chiede se non ci sia un modo diverso, diciamo più digitale, per risolvere il problema. No, non c’è. Ma allora il portale a cosa serve? Il numero verde a cosa serve? A raccogliere le lamentele!
Mi sembra che l’unica rivoluzione digitale portata veramente a termine è quella del dito medio esteso verso l’alto quando tutte le altre sono strette verso la mano!

Indignazione intermittente

A seguito dell’ondata di indignazione che ha scosso le italiche coscienze dopo l’ennesima trasmissione di porta a porta, propongo la lettura di un saggio di Umberto Eco del 1961. Varrebbe la pena di leggerlo facendo l’esercizio mentale di sostituire al nome del presentatore di quiz quello del presentatore di mafiosi ma soprattutto immaginando che il telespettatore di cui Eco parla sia ognuno di noi. Solo così forse l’italica indignazione avrebbe parvenza di sincerità. Già, perché non riesco proprio a credere nella sincerità di queste indignazioni a intermittenza ogni volta che la merda tracima quando tutto mi dice che nella merda ci sguazziamo come ippopotami nel fango, sempre pronti a seguire un capobranco.

L’italietta borghese ha bisogno di indignarsi di tanto in tanto, giusto per mantenere in esercizio quell’attività in cui eccelle, salvare la faccia in pubblico e intrallazzarsi nella merda e nel petrolio in privato. In questa danza dell’ipocrisia nazionale l’untuosissimo vespa è una figura salvifica, assolve egregiamente il compito di concentrare in sè il lerciume di cui il telespettatore voyer si vuole liberare sprofondato nella comoda poltrona di casa. Tale compito è consustanziale al presentatore di mafiosi e soddisfa la domanda di indignazione della nazione!

Da: Umberto Eco, Fenomenologia di Mike Bongiorno. In Diario Minimo, 1961.

L’uomo circuito dai mass media è in fondo, fra tutti i suoi simili, il più rispettato: non gli si chiede mai di diventare che ciò che egli è già. In altre parole gli vengono provocati desideri studiati sulla falsariga delle sue tendenze. Tuttavia, poiché uno dei compensi narcotici a cui ha diritto è l’evasione nel sogno, gli vengono presentati di solito degli ideali tra lui e i quali si possa stabilire una tensione. Per togliergli ogni responsabilità si provvede però a far sì che questi ideali siano di fatto irraggiungibili, in modo che la tensione si risolva in una proiezione e non in una serie di operazioni effettive volte a modificare lo stato delle cose. Insomma, gli si chiede di diventare un uomo con il frigorifero e un televisore da 21 pollici, e cioè gli si chiede di rimanere com’è aggiungendo agli oggetti che possiede un frigorifero e un televisore; in compenso gli si propone come ideale Kirk Douglas o Superman. L’ideale del consumatore di mass media è un superuomo che egli non pretenderà mai di diventare, ma che si diletta a impersonare fantasticamente, come si indossa per alcuni minuti davanti a uno specchio un abito altrui, senza neppur pensare di possederlo un giorno.

La situazione nuova in cui si pone al riguardo la TV è questa: la TV non offre, come ideale in cui immedesimarsi, il superman ma l’everyman. La TV presenta come ideale l’uomo assolutamente medio. A teatro Juliette Greco appare sul palcoscenico e subito crea un mito e fonda un culto; Josephine Baker scatena rituali idolatrici e dà il nome a un’epoca. In TV appare a più riprese il volto magico di Juliette Greco, ma il mito non nasce neppure; l’idolo non è costei, ma l’annunciatrice, e tra le annunciatrici la più amata e famosa sarà proprio quella che rappresenta meglio i caratteri medi: bellezza modesta, sex-appeal limitato, gusto discutibile, una certa casalinga inespressività.

Ora, nel campo dei fenomeni quantitativi, la media rappresenta appunto un termine di mezzo, e per chi non vi si è ancora uniformato, essa rappresenta un traguardo. Se, secondo la nota boutade, la statistica è quella scienza per cui se giornalmente un uomo mangia due polli e un altro nessuno, quei due uomini hanno mangiato un pollo ciascuno — per l’uomo che non ha mangiato, la meta di un pollo al giorno è qualcosa di positivo cui aspirare. Invece, nel campo dei fenomeni qualitativi, il livellamento alla media corrisponde al livellamento a zero. Un uomo che possieda tutte le virtù morali e intellettuali in grado medio, si trova immediatamente a un livello minimale di evoluzione. La “medietà” aristotelica è equilibrio nell’esercizio delle proprie passioni, retto dalla virtù discernitrice della “prudenza”. Mentre nutrire passioni in grado medio e aver una media prudenza significa essere un povero campione di umanità.

Il caso più vistoso di riduzione del superman all’everyman lo abbiamo in Italia nella figura di Mike Bongiorno e nella storia della sua fortuna.

Idolatrato da milioni di persone, quest’uomo deve il suo successo al fatto che in ogni atto e in ogni parola del personaggio cui dà vita davanti alle telecamere traspare una mediocrità assoluta unita (questa è l’unica virtù che egli possiede in grado eccedente) ad un fascino immediato e spontaneo spiegabile col fatto che in lui non si avverte nessuna costruzione o finzione scenica: sembra quasi che egli si venda per quello che è e che quello che è sia tale da non porre in stato di inferiorità nessuno spettatore, neppure il più sprovveduto. Lo spettatore vede glorificato e insignito ufficialmente di autorità nazionale il ritratto dei propri limiti.

Per capire questo straordinario potere di Mike Bongiorno occorrerà procedere a una analisi dei suoi comportamenti, ad una vera e propria “Fenomenologia di Mike Bongiorno”, dove, si intende, con questo nome è indicato non l’uomo, ma il personaggio.

Mike Bongiorno non è particolarmente bello, atletico, coraggioso, intelligente. Rappresenta, biologicamente parlando, un grado modesto di adattamento all’ambiente. L’amore isterico tributatogli dalle teen ager va attribuito in parte al complesso materno che egli è capace di risvegliare in una giovinetta, in parte alla prospettiva che egli lascia intravvedere di un amante ideale, sottomesso e fragile, dolce e cortese.

Mike Bongiorno non si vergogna di essere ignorante e non prova il bisogno di istruirsi. Entra a contatto con le più vertiginose zone dello scibile e ne esce vergine e intatto, confortando le altrui naturali tendenze all’apatia e alla pigrizia mentale. Pone gran cura nel non impressionare lo spettatore, non solo mostrandosi all’oscuro dei fatti, ma altresì decisamente intenzionato a non apprendere nulla.

In compenso Mike Bongiorno dimostra sincera e primitiva ammirazione per colui che sa. Di costui pone tuttavia in luce le qualità di applicazione manuale, la memoria, la metodologia ovvia ed elementare: si diventa colti leggendo molti libri e ritenendo quello che dicono. Non lo sfiora minimamente il sospetto di una funzione critica e creativa della cultura. Di essa ha un criterio meramente quantitativo. In tal senso (occorrendo, per essere colto, aver letto per molti anni molti libri) è naturale che l’uomo non predestinato rinunci a ogni tentativo.

Mike Bongiorno professa una stima e una fiducia illimitata verso l’esperto; un professore è un dotto; rappresenta la cultura autorizzata. È il tecnico del ramo. Gli si demanda la questione, per competenza.

L’ammirazione per la cultura tuttavia sopraggiunge quando, in base alla cultura, si viene a guadagnar denaro. Allora si scopre che la cultura serve a qualcosa. L’uomo mediocre rifiuta di imparare ma si propone di far studiare il figlio.

Mike Bongiorno ha una nozione piccolo borghese del denaro e del suo valore («Pensi, ha guadagnato già centomila lire: è una bella sommetta!»).

Mike Bongiorno anticipa quindi, sul concorrente, le impietose riflessioni che lo spettatore sarà portato a fare: «Chissà come sarà contento di tutti quei soldi, lei che è sempre vissuto con uno stipendio modesto! Ha mai avuto tanti soldi così tra le mani?».

Mike Bongiorno, come i bambini, conosce le persone per categorie e le appella con comica deferenza (il bambino dice: «Scusi, signora guardia…») usando tuttavia sempre la qualifica più volgare e corrente, spesso dispregiativa: «Signor spazzino, signor contadino».

Mike Bongiorno accetta tutti i miti della società in cui vive: alla signora Balbiano d’Aramengo bacia la mano e dice che lo fa perché si tratta di una contessa (sic).

Oltre ai miti accetta della società le convenzioni. È paterno e condiscendente con gli umili, deferente con le persone socialmente qualificate.

Elargendo denaro, è istintivamente portato a pensare, senza esprimerlo chiaramente, più in termini di elemosina che di guadagno. Mostra di credere che, nella dialettica delle classi, l’unico mezzo di ascesa sia rappresentato dalla provvidenza (che può occasionalmente assumere il volto della Televisione).

Mike Bongiorno parla un basic italian. Il suo discorso realizza il massimo di semplicità. Abolisce i congiuntivi, le proposizioni subordinate, riesce quasi a tendere invisibile la dimensione sintassi. Evita i pronomi, ripetendo sempre per esteso il soggetto, impiega un numero stragrande di punti fermi. Non si avventura mai in incisi o parentesi, non usa espressioni ellittiche, non allude, utilizza solo metafore ormai assorbite dal lessico comune. Il suo linguaggio è rigorosamente referenziale e farebbe la gioia di un neopositivista. Non è necessario fare alcuno sforzo per capirlo. Qualsiasi spettatore avverte che, all’occasione, egli potrebbe essere più facondo di lui.

Non accetta l’idea che a una domanda possa esserci più di una risposta. Guarda con sospetto alle varianti. Nabucco e Nabuccodonosor non sono la stessa cosa; egli reagisce di fronte ai dati come un cervello elettronico, perché è fermamente convinto che A è uguale ad A e che tertium non datur. Aristotelico per difetto, la sua pedagogia è di conseguenza conservatrice, paternalistica, immobilistica.

Mike Bongiorno è privo di senso dell’umorismo. Ride perché è contento della realtà, non perché sia capace di deformare la realtà. Gli sfugge la natura del paradosso; come gli viene proposto, lo ripete con aria divertita e scuote il capo, sottintendendo che l’interlocutore sia simpaticamente anormale; rifiuta di sospettare che dietro il paradosso si nasconda una verità, comunque non lo considera come veicolo autorizzato di opinione.

Evita la polemica, anche su argomenti leciti. Non manca di informarsi sulle stranezze dello scibile (una nuova corrente di pittura, una disciplina astrusa… «Mi dica un po’, si fa tanto parlare oggi di questo futurismo. Ma cos’è di preciso questo futurismo?»). Ricevuta la spiegazione non tenta di approfondire la questione, ma lascia avvertire anzi il suo educato dissenso di benpensante. Rispetta comunque l’opinione dell’altro, non per proposito ideologico, ma per disinteresse.

Di tutte le domande possibili su di un argomento sceglie quella che verrebbe per prima in mente a chiunque e che una metà degli spettatori scarterebbe subito perché troppo banale: «Cosa vuol rappresentare quel quadro?». «Come mai si è scelto un hobby così diverso dal suo lavoro?». «Com’è che viene in mente di occuparsi di filosofia?».

Porta i clichés alle estreme conseguenze. Una ragazza educata dalle suore è virtuosa, una ragazza con le calze colorate e la coda di cavallo è “bruciata”. Chiede alla prima se lei, che è una ragazza così per bene, desidererebbe di­ventare come l’altra; fattogli notare che la contrapposizione è offensiva, consola la seconda ragazza mettendo in risalto la sua superiorità fisica e umiliando l’educanda. In questo vertiginoso gioco di gaffes non tenta neppure di usare perifrasi: la perifrasi è già una agudeza, e le agudezas ap­partengono a un ciclo vichiano cui Bongiorno è estraneo. Per lui, lo si è detto, ogni cosa ha un nome e uno solo, l’artificio retorico è una sofisticazione. In fondo la gaffe nasce sempre da un atto di sincerità non mascherata; quando la sincerità è voluta non si ha gaffe ma sfida e provo­cazione; la gaffe (in cui Bongiorno eccelle, a detta dei critici e del pubblico) nasce proprio quando si è sinceri per sbaglio e per sconsideratezza. Quanto più è mediocre, l’uomo mediocre è maldestro. Mike Bongiorno lo conforta portando la gaffe a dignità di figura retorica, nell’ambito di una etichetta omologata dall’ente trasmittente e dalla nazione in ascolto.

Mike Bongiorno gioisce sinceramente col vincitore perché onora il successo. Cortesemente disinteressato al perdente, si commuove se questi versa in gravi condizioni e si fa promotore di una gara di beneficenza, finita la quale si manifesta pago e ne convince il pubblico; indi trasvola ad altre cure confortato sull’esistenza del migliore dei mondi possibili. Egli ignora la dimensione tragica della vita.

Mike Bongiorno convince dunque il pubblico, con un esempio vivente e trionfante, del valore della mediocrità. Non provoca complessi di inferiorità pur offrendosi come idolo, e il pubblico lo ripaga, grato, amandolo. Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello.

Nessuna religione è mai stata così indulgente coi suoi fedeli. In lui si annulla la tensione tra essere e dover essere. Egli dice ai suoi adoratori: voi siete Dio, restate immoti.

Chi vince e chi perde

Sulla vicenda delle unioni civili ho assistito al peggio della provincialità e della volgarità della mezza borghesia da salotto che ha colonizzato quella specie di discarica per falliti che è la politichetta itagliana. Gentaglia impresentabile, argomenti scomposti, discorsi sguaiati che al confronto una parata del gay pride è una passerella di intellettuali organici del PCI di Togliatti cui lo stesso Togliatti avrebbe detto di sciogliersi un po’. I partiticchi hanno brillato per mediocrità e miopia.

Il PD è decisamente un partito bipolare ma non in senso politico. E’ morta la dialettica? No, non è morta la dialettica, è morta la sintesi. Tesi e antitesi le hanno portate nel pd, solo che non si parlano e non arrivano a sintesi. Al bambolotto fiorentino non è mai interessato un fico secco dei diritti civili, vedasi il suo indefesso impegno per il rispetto della 194, per la fecondazione assistita, per il testamento di fine vita. E’ chiaro che il tema delle unioni civili, nonostante il sincero impegno della signora Cirinnà, sia stato utilizzato dallo scout fiorentino come elemento di distrazione da altri temi sociali, tipo lo smantellamento dello stato sociale e dei diritti del lavoro tanto perseguito dal rottame di Arcore e realizzato dalla giovane marmotta di Firenze. Il PD…con il suo carico di cattodem, relitti di destra in cerca d’autore, esuli questuanti future candidature… cosa cazzo potrà mai concludere un partito simile? I cattodem… già avevo perplessità da vendere sui cattocomunisti ma i cattodem sono proprio un ossimoro. Che cazzo significa che sei democratico, ergo riconosci che il potere si autoriconosce dal basso, e cattolico, ergo riconosci una autorità trascendente? Cosa c’hai nel cervello? I corpi cavernosi?
Al grillo non piace il canguro… Adesso se ne parla come se fosse una pratica sodomitica da boudoir ma sto “canguro” tanto disprezzato dai puristi delle regole a cinque punte è una prassi parlamentare anti-ostruzionismo che consente di votare gli emendamenti accorpando quelli in tutto simili e quelli di contenuto analogo. Una volta approvato o bocciato il primo emendamento decadono tutti gli altri. Una pratica che eviterebbe di proporre emendamenti a cazzo di cane, passatemi il tecnicismo, per paralizzare l’attività legislativa. Emendamenti che, letti in chiave psichiatrica, sono evidentemente frutto di menti disturbate. Altro che bipolarismo, qui siamo al polipolarismo. Ecco il capolavoro che avrebbe evitato il canguro, divertitevi a leggerli nel sito del Senato se avete stomaco o una libido masochista, io vi propongo alcuni emendamenti all’articolo 1 a firma di un quintetto di geni.

1.13
GIOVANARDI, Mario MAURO, QUAGLIARIELLO, AUGELLO, COMPAGNA
Al comma 1, aggiungere, in fine, il seguente periodo:
«L’unione civile fra persone dello stesso, di cui al presente Capo è regolamentata
nel rispetto dei diritti inviolabili dell’uomo negli aggregati sociali espressioni
della sua personalità; ad essa non si applicano le norme dell’ordinamento giuridico
sulla famiglia, intesa quale società naturale fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna».

1.14
GIOVANARDI, Mario MAURO, QUAGLIARIELLO, AUGELLO, COMPAGNA
Al comma 1, aggiungere, in fine, il seguente periodo:
«L’unione civile fra persone dello stesso, di cui al presente Capo è regolamentata
nel rispetto dei diritti inviolabili dell’uomo gli aggregati sociali
ove lo stesso trascorre la propria esistenza;
ad essa non si applicano le norme dell’ordinamento giuridico sulla famiglia,
intesa quale società naturale fondata sul matrimonio».

1.15
GIOVANARDI, Mario MAURO, QUAGLIARIELLO, AUGELLO, COMPAGNA
Al comma 1, aggiungere, in fine, il seguente periodo:
« L’unione civile fra persone dello stesso, di cui al presente Capo è regolamentata
nel rispetto dei diritti inviolabili dell’uomo nelle formazioni sociali
ove si svolge la sua personalità; ad essa non si applicano le norme dell’ordinamento
giuridico sulla famiglia, intesa quale società naturale fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna».

1.16
GIOVANARDI, Mario MAURO, QUAGLIARIELLO, AUGELLO, COMPAGNA
Al comma 1, aggiungere, in fine, il seguente periodo:
«L’unione civile fra persone dello stesso, di cui al presente Capo è regolamentata
nel rispetto dei diritti inviolabili dell’uomo nelle formazioni sociali ove si svolge
la sua personalità; ad essa non si applicano le norme dell’ordinamento
giuridico sulla famiglia, intesa quale società naturale fondata sul matrimonio».

Capito? In cinque ci si sono messi per “formulare” questi emendamenti. “L’unione civile fra persone dello stesso” cosa? Sesso, pensiero politico, sistema solare, condominio, appartamento? Non è mica un mio refuso, eh! E i puristi delle regole a 5 stelle non sopportano che non siano votate una per una queste idiozie dopo opportuna discussione. Nel frattempo assisteremo all’evoluzione dei rettili e al loro ritorno a dominare il pianeta! Queste sono le regole che intendono onorare gli intransigenti albergatori di lusso, addirittura a 5 stelle, i chimerici cattodem e quegli organismi strani che vanno sotto il nome di alfaniani e altri cimeli del destrume parlamentare. Ora, ditemi quale altro mestiere ammetterebbe tra le proprie regole di fare una cosa simile? Ditemi, quale mestiere, arte, professione?  Barista, ingegnere, elettricista, barbiere, badante, neurochirurgo, insegnante, qualunque soggetto che innalzasse a regola la possibilità di perdere tempo, di ingannare, di truccare sarebbe considerato un mentecatto, uno psicolabile e verrebbe messo in condizioni di non nuocere, sarebbe internato e curato. Invece in Parlamento, dove si decide del destino di milioni di persone, questo tipo di pratica sarebbe addirittura garantita anche per una legge ordinaria! A raccontarlo in giro riderebbero pure i canguri. E meno male che i 5 stelle dovevano essere la novità. Non che ci abbia mai creduto, questi pupazzetti telecomandati ogni volta che s’avvicinano a una qualche meta si fanno la pupù addosso. Il comando bicefalo interviene ad hoc e il rischio di fare sul serio è scongiurato, altrimenti si vedrebbe da lontano di che pasta sono fatti. Di scie kimike, chip sottopelle e comblotti per farli vincere a Roma! A proposito, come va la televendita per la poltrona di sindaco per Roma? Con le prime 100 telefonate oltre alla candidatura è assicurato in omaggio anche un frullatore e una comoda poltrona Ikea, affrettatevi a presentare le vostre candidature.

L’affossatura del ddl Cirrinnà è assicurata. Per gli albergatori di lusso la colpa è della schizofrenia piddina, per il partito bipolare la colpa è dei pupazzetti telecomandati. Per entrambi diventa evidente che l’obiettivo della discussione fosse proprio questo, screditarsi a vicenda mentre a innalzare il vessillo della vittoria sono i diversamente civili della destra cui per lo meno va riconosciuta una perversa coerenza sui diritti civili: li ignorano, li hanno sempre ignorati. A perdere è la civiltà, l’inclusione, il riconoscimento di piena cittadinanza per i cittadini di questo paese.

Revenant!

Il film ha tutte le carte in regola per fare il pieno di oscar.
La pellicola ha gli ingredienti giusti per mandare in visibilio il pubblico americano come un adolescente in piena tempesta ormonale alle prime esperienze di autoerotismo. Sterminati spazi incontaminati, pionieri che faticano indicibilmente per conquistare pelli d’alci e di cervi salvando la propria dalle tribù indiane più sanguinarie che trattano con i soldati francesi perché quelli americani sono leali e intorno al loro accampamento ospitano una serena tribù di pacifici indiani. L’immancabile mela marcia immancabilmente stigmatizzata dagli ufficiali americani che come è stato detto sono buoni. E poi l’eroe, americano ovviamente, dal passato sofferto che suo malgrado ha fatto i conti con gli errori della colonizzazione dei territori indiani. Una figura cristologica che carica sul proprio corpo gli errori altrui assolvendo gli eventuali errori da parte americana che comunque la pellicola cela, sicuramente per non turbare la sensibilità del pubblico premiante. L’eroe lotta con le forze della natura che nella fattispecie hanno la forma di un grizzly femmina con orsetti al seguito e, si sa, è meglio non incrociare la strada con una madre orsa e i suoi cuccioli. Lotta furibonda, alla fine la forza bruta è sconfitta ma ha inferto ferite profonde che mettono a dura prova l’eroe che dopo aver lottato con la natura selvaggia lotterà con il proprio corpo per sopravvivere e lotterà ancora con la natura selvaggia per portare a termine la sua missione. Ha un compito da assolvere l’eroe, vendicarsi della mela marcia che gli ha ucciso il figlio avuto dal matrimonio con la donna indiana. Percorrerà centinaia di chilometri per raggiungere l’assassino ma “la vendetta è nelle mani di Dio”, altro topos che procura scomposti orgasmi nel pubblico americano. L’eroe raggiunge il fedigrafo – prendete fiato per non interrompere il pathos – ma dopo una cruenta lotta l’eroe lascia andare il farabutto sul letto del fiume perché a tagliargli la gola siano i selvaggi indiani della tribù sanguinaria che risparmiano la vita dell’eroe che si è conquistato la loro stima salvando la figlia del capo tribù durante uno stupro da parte dei soldati, francesi, ça va sans dire!

Ispirato ad eventi realmente accaduti, dice la locandina, con molte licenze e qualche abbellimento. Del resto se neanche De Gaulle resisteva ad arricchire le sue vicende di guerra, vogliamo forse negare a Iñárritu, Di Caprio & co qualche infiorettatura per assicurarsi un premio cinematografico?

Oltre alle innumeri perle storiche che il film dona è da segnalare l’azzeccatissimo titolo, revenant, il redivivo. Il titolo è la migliore sintesi del pensiero sotteso al film: John Wayne’s back.

Sò forti st’americani aòh! Uoz amerigan boys! Auanagana…