Curiose coincidenze!

Questa mattina facebook mi ricordava un post che avevo pubblicato esattamente un anno fa.

Linkando un articolo pubblicato dal The Guardian avevo scritto: Here you are another finding on “trickle down effect”! A god no one has seen in the real world yet. But never mind, don’t care the facts, the neolib economy is true!

La cosa curiosa è che nel mio taccuino avevo appena scritto questa nota. La rete ci tiene d’occhio?

La fallacia del liberismo economico (totale libertà dell’iniziativa privata, zero controlli e vincoli dello Stato, ecc) è parente stretta della fallacia naturalistica: ciò che è diventa garanzia e dettame di ciò che deve essere. Questo tipo di economia considera la competizione economica alla stregua della competizione naturale stabilendo un nesso inconsistente tra ecologia ed economia, ma la prima è una scienza naturale che studia relazioni che non hanno necessariamente carattere morale, la seconda è una scienza umanistica di chiara impronta morale. Dimenticare questo ha creato l’imbarazzante coacervo di errori e arroganza che è l’economia liberista. In natura chi non sa competere muore, senza troppi problemi. E’ questo quello che vogliamo nella società? Il discorso è tutto qui. Quanto della natura possiamo e dobbiamo portare nella comunità umana e come fare della società un terreno di accoglienza e difesa per chi in natura perirebbe. Non basta il filantropismo, per quanto utile non basta. La forma più alta di fratellanza è la giustizia.

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La storia con i se…

Salvo una sola eccezione in questo blog non c’è nulla che riguardi il mio lavoro.
Mi piace distinguere in maniera nettissima ciò che riguarda la mia attività professionale e ciò che faccio per… otium.
Farò un’altra eccezione invitando alla lettura di un paio di post pubblicati in Climalteranti:

Perché sono diminuite le emissioni di gas serra in Italia?

Riconosco che non è una lettura facile ma in sintesi nel primo post ho tentato di spiegare l’andamento delle emissioni atmosferiche di gas a effetto serra con una analisi che consente di “scomporre” l’andamento di un parametro nei suoi fattori determinanti. Se le emissioni atmosferiche dipendono dalla crescita economica, dalla popolazione, dai combustibili fossili, dall’efficienza ecc. ecc., allora quanto conta ciascun fattore?
Nel secondo post invece ho tentato di rispondere alla domanda: “se la crisi non avesse ridotto il prodotto interno lordo quale sarebbe stato l’andamento delle emissioni di gas serra? Negli ultimi anni c’è stata una notevole crescita delle fonti rinnovabili (fotovoltaico, eolico, biomasse, ecc.) e l’Italia ha mancato per poco gli obiettivi del Protocollo di Kyoto ma come saremmo messi se la crisi economica non avesse colpito la nostra economia?
Nei due post trovate la risposta a queste domande. Buona lettura.

Laudato si’

Invito a leggere la Laudato si’ di Francesco, l’enciclica pubblicata pochi giorni fa, dedicata alla “cura della casa comune”. Ho pensato a lungo a cosa scrivere in questo post ma alla fine ho deciso che non scriverò nulla di quanto avevo pensato. Rimanderò ogni considerazione di dettaglio alla discussione che spero seguirà.
Qui dirò poche cose che ritengo essenziali.

Chi vede chiaramente la rottura degli equilibri naturali e sociali per le attività predatorie di un mercato avido e senza etica non può non rivolgere attenzione all’appello di Francesco a prendersi cura della casa comune. Il documento è una sintesi di ampio respiro in cui trovano spazio la promozione della democrazia diffusa, la tutela dei beni comuni, la lotta alle disuguaglianze economiche, alla crisi socio-ambientale, al riscaldamento globale, la protezione della biodiversità, la promozione dei valori urbani, la denuncia della piaga del precariato e dello sfruttamento dei lavoratori, il richiamo ad “accettare una certa decrescita in alcune parti del mondo”. Tutti concetti di cui si è nutrito chi ha sensibilità ambientale e sociale. Tutti concetti per cui quelli come me si sono arrabbiati come cani vedendo l’indifferenza e la sufficienza con cui venivano scaricati da quelli che guidavano, guidano e purtroppo continueranno a guidare le sorti del pianeta (anche se spero di sbagliare). Non ci sono novità assolute nell’enciclica di Francesco ma non si può negare che si tratti di un lavoro di sintesi che merita riflessione, un atto politico di forza notevole anche per la risonanza planetaria che avrà il documento. Con qualche forzatura si può dire che le istanze ambientaliste e di giustizia sociale assumono dimensione (inter)nazionalpopolare! Chi ha a cuore quelle istanze dovrebbe essere contento di ritrovarle in una enciclica. Se questa enciclica cambierà il corso degli eventi è altro argomento. La denuncia del sistema economico che crea disuguaglianze era già nella Evangelii Gaudium di Francesco e la denuncia della dittatura del mercato era già arrivata, e anche piuttosto forte, con la Caritas in Veritate di Benedetto XVI. Era il 2009, le disuguaglianze continuano ad aumentate, le orgasmiche invocazioni di crescita economica si sono moltiplicate e se la Terra prende respiro è perché milioni di persone sono state lasciate senza lavoro e senza reddito! Il modello di sviluppo non è cambiato granché, forse perché la sete di accumulo e dominio non è una faccenda di “antropologia cristiana” male interpretata ma di antropologia senza alcun aggettivo che precipita nei dettami religiosi, nella tecnica, nell’economia, nella scienza, insomma dove è più comodo precipitare.

La Laudato si’ richiama alla cura della Terra, madre e casa comune per tutte le specie viventi, presenti e future. E’ un tema sul quale è necessario e auspicabile l’incontro di credenti e laici perché, dalla mia lettura, il rispetto della Terra e di chi la abita è un atteggiamento etico che conserva il suo valore etsi Deus non daretur (anche se Dio non fosse dato). Questo è il punto di forza del dialogo possibile e allo stesso modo il punto debole delle premesse dell’enciclica, almeno per un lettore laico. Sarebbe tuttavia assurdo, oltre che inutile, pretendere che una enciclica papale prescinda da premesse teologiche creaturali e da queste deduca conseguenze dottrinali (su interruzione di gravidanza, identità sessuale, famiglia tradizionale). Resta vero che nessun laico o non credente è tenuto ad accettare né le une né le altre e nessun cattolico (o membro di altre confessioni) ha il diritto di imporle ad altri. Vivere sulla Terra non è una faccenda di logica matematica in cui date premesse diverse si percorrono traiettorie logiche differenti per arrivare a conclusioni differenti. Curiosamente accade che si abbiano premesse differenti, che si arrivi a conclusioni differenti, eppure con traiettorie in buona parte identiche. Dovere dei viventi è percorrere la traiettoria comune. Il resto verrà.

Appunti per riflessioni incompiute

Nella storia delle idee si sono alternati due modelli riguardo alle relazioni umane e all’organizzazione politica: homo homini lupushomo homini deus. Questi modelli sono formule ermeneutiche, strumenti di classificazione, risultato di una natura umana ambigua e ambivalente.

Darwin ha individuato i meccanismi dell’evoluzione, le strategie competitive e quelle mutualistiche che le specie adottano per sopravvivere. Nel periodo vittoriano la natura ha zanne e artigli insanguinati, secondo la celebre espressione di Lord Tennyson, “Nature, red in tooth and claw”. La lotta per l’esistenza si presenta sotto la veste della dura competizione, trascurando una buona metà del pensiero di Darwin. Quella metà venne ripresa da Kropotkin, praticamente sconosciuto anche nelle facoltà di biologia.
Il pensiero di Darwin è stato usato per affermare le spinte colonialiste e, ironia della storia e delle idee, è stato apprezzato da Marx e Engels perché dimostrava che in natura opera un metodo dialettico di trasformazione e avvicendamento delle specie. La storia naturale di Darwin era modello per la storia sociale di Marx, anzi per Marx il movimento sociale è un processo di storia naturale. Da parte sua Darwin restò sempre schivo e spaventato dell’apprezzamento manifestatogli da direzioni opposte.

Il periodo vittoriano è la cornice storica in cui i fenomeni naturali sono letti in termini di successo del migliore, del “più adatto” secondo l’infelice espressione di Herbert Spencer che pure Darwin adottò. «Ma l’espressione “sopravvivenza del più adatto”, spesso usata da Herbert Spencer, è più idonea, e talvolta ugualmente conveniente», Darwin, 1859. Dall’ambito evoluzionistico a quello politico c’è un travisamento semantico e un impoverimento del concetto di “più adatto”. Nell’evoluzione biologica il “più adatto” è chi trasmette più copie del proprio genoma, in qualunque modo e per qualunque motivo, strategico o contingente. Tanto la strategia quanto la contingenza sono modalità estremamente complesse e difficilmente riducibili a variabili uniche e semplici, e non riguardano solo l’individuo. In ambito politico “il più adatto” diventa “il più forte”, una banalità monodimensionale. Quella stessa banalità che oggi è traslata nel “più meritevole”.

Adam Smith ha individuato i meccanismi delle “transazioni”. Ha analizzato le relazioni sociali attraverso lo scambio di valori economici, ma la sua lezione morale è stata trascurata. Smith è stato per l’economia ciò che Darwin è stato per la biologia. Entrambi travisati, entrambi usati per scopi politici. La lezione morale di Smith era parte integrante del suo pensiero. Nella Ricchezza delle nazioni dice chiaramente che le asimmetrie contrattuali minano alla base l’esistenza stessa del libero mercato, inteso come luogo di negoziazione, luogo in cui la transazione accresce il vantaggio di entrambe le parti. Dei tanti seguaci di Smith o sedicenti tali, quanti fanno sentire la loro voce nei confronti delle multinazionali che monopolizzano il mercato e coerciscono le scelte politiche di interi paesi? Molti osannatori della mano invisibile farebbero un salto sulla sedia leggendo le critiche di Smith alle corporazioni che creano diseguaglianze.
La famigerata “mano invisibile” di Adam Smith è il principio che regola l’organizzazione dei sistemi complessi, una “forza” difficile da individuare poiché coinvolge molteplici aspetti e lunghe catene causali del sistema eppure determinante per la struttura del sistema stesso. La mano invisibile non è un principio normativo, sebbene nello stesso Smith non manchino ambiguità al riguardo, bensì un principio descrittivo. La selezione naturale di Darwin, è un principio descrittivo, non un principio normativo, non più di quanto siano principi normativi la legge di gravità di Newton o la relatività di Einstein. La lezione di Hume ha insegnato a non confondere descrizione e prescrizione, ciò che è non implica ciò che deve essere. Confondere i due piani è logicamente disonesto. Il passaggio dall’essere nel dominio “naturale” a quello del deve essere nel dominio “sociale” rende evidente anche la disonestà morale della fallacia naturalistica. E poiché la confusione tra descrizione e prescrizione è sempre stato il punto debole dei neoliberisti, tempo fa ho temuto che un articolo di Alesina, in cui lo sviluppo del capitalismo in Europa è messo in relazione alla diffusione della peste nera, fosse preludio per una politica di rilancio del capitalismo sofferente!

La natura è indifferente alle passioni umane ma si predilige vedere una natura assetata di sangue nella misura in cui questo ci gratifica come vincitori della lotta per l’esistenza, oppure all’altro estremo una natura benevola e addomesticata, a sostegno di desideri, aspettative e volontà di potenza. Proiettiamo sulla natura quello che di volta in volta soddisfa le nostre pulsioni narcisistiche. La politica è l’argine culturale ad una natura del tutto indifferente ai destini umani, come Leopardi ha ampiamente dimostrato.

Che tipo di storia è quella che si va sviluppando sotto le spinte “naturalistiche”? La politica non può essere esclusivo adeguamento ai fenomeni naturali, non più di quanto non sia descrizione delle catastrofi naturali senza considerare le strategie per arginarne gli effetti deleteri. La politica è cultura che ambisce a costruire lo spazio della cooperazione che in natura occupa lo stesso posto della competizione più feroce.
Riconducendo l’etica ai suoi fondamenti (aiutare l’altro, non danneggiare l’altro), in natura troviamo l’origine evolutiva dell’etica e sappiamo che la cooperazione è una strategia di sopravvivenza come la competizione. Nella specie sapiens operano entrambe le strategie ma siamo essenzialmente una specie sociale, forse una specie in transizione, quasi sicuramente verso l’estinzione.
Quale posto occupa l’uomo in natura? Qual’è la nostra natura? Oppure dovremmo chiederci, quale natura scegliamo di avere? Preferiamo una politica che favorisca la cooperazione o una che favorisca la competizione?
Il neoliberismo senza freni è considerato già da Smith una catastrofe, ed è una catastrofe “naturale” che ci si limita ad assecondare spacciandola per riscrittura della storia. Una storia in cui i diritti del ‘900 diventano privilegi, una storia dove ciascuno è solo a giocarsi la partita della vita.

Della meritocrazia. Si organizza una società in base ai successi che ognuno raggiunge, evidentemente per merito, creando l’immagine del vincente cui fa da contraltare la speculare immagine del perdente, evidentemente per demerito. Nulla di più lontano da una società organizzata sulla base delle relazioni emotive e affettive. Nella società del merito la collaborazione non è costitutiva della socialità ma funzione di un obiettivo non sempre collettivo e spesso “imposto” con strumenti “pacifici”.

Renzi condivide con Berlusconi la stessa ignoranza e lo stesso disprezzo per i corpi intermedi della democrazia. Ha una visione personalistica della politica e riduce la democrazia ai soli organi centrali, essenzialmente il governo o più precisamente la presidenza del consiglio. Renzi, come Berlusconi, mette in scena il contatto diretto con il cosiddetto popolo che però non ha voce per influenzare le politiche se non attraverso i corpi intermedi della democrazia. Quindi quello a cui parla Renzi non è un popolo ma una massa informe. Da qui nasce la frustrazione del popolo che emerge con effetto ritardato! Troppo ritardato a mio avviso ma emerge.
La democrazia non è solo “centro”, la democrazia è essenzialmente “periferia”. E’ dibattito parlamentare così come assemblea sindacale, manifestazione sociale, consiglio di classe, comitato di quartiere e assemblea di condominio.
Il disprezzo dei corpi intermedi, in particolare dei sindacati, non è solo espressione di ignoranza politica, rivela un disegno preciso. La delegittimazione dei sindacati, soprattutto di quelli meno accondiscendenti, mina alla base gli strumenti di compensazione delle asimmetrie contrattuali tra capitale e lavoro, tra datore di lavoro e lavoratori. Possiamo muovere molte critiche ai sindacati – io ne ho una grossa come un macigno: essersi accorti troppo tardi del precariato – ma la loro demolizione significa che ciascun lavoratore si troverà solo a contrattare con il datore di lavoro. Il sindacato è stato storicamente la coalizione tra lavoratori per contrattare con il capitale. Unire le reciproche debolezze per avere forza di contrattazione: questo è stato il sindacato. Ridurlo in polvere significa lasciare che le asimmetrie tuttora presenti tra capitale e lavoro esprimano i loro effetti. Significa che ogni lavoratore è solo a giocarsi la partita del lavoro con il datore di lavoro e poiché la classe imprenditoriale è povera di Adriano Olivetti il risultato è una corsa al ribasso di salari e diritti, così come sta avvenendo dagli anni ’80, da quando il pensiero neoliberista è diventato il pensiero unico.

Il vincente sarà chi accetta le condizioni imposte da chi ha maggiore forza contrattuale. Per analogia con il discorso evolutivo, sarà colui che prima degli altri si è adattato. Il più adatto! E’ questa la società dei meritevoli che vogliamo? Chi vince è il più meritevole, il più meritevole vince! Chi è il più meritevole? Quello che vince! Chi vince? Il più meritevole! Più chiaro di così. La tautologia dei bulli due punto zero.

Li conosco questi boyscout iscritti ai rotary e lions club. Nullità. Che siano ricchi o aspiranti tali, conta poco. I primi sono frustrati perché devono imitare il padre, i secondi perché devono affrancarsi dal disagio di non essere nati ricchi e rinnegano il padre pensando di riscattarlo. Scarti che si candidano a guidare la società, e la guideranno, perché loro sono i vincenti, quelli con le relazioni giuste, quelli che sanno cogliere il momento opportuno. Li conosco questi figli beneducati alla messa domenicale, pronti a sputare sentenze su chi non ce la mette tutta per essere un vincente, su “chi si piange addosso”. Sempre pronti a solidarizzare con chi è più forte, perché il debole non ce l’ha messa tutta, il debole è così per suo demerito, magari va a cercarsi anche la morte perché è un tossico, un extracomunitario, un ladro e porta pure malattie.

Io so i nomi dei responsabili, diceva Pasolini, ma non ho le prove. Io so i nomi di chi ha ucciso Cucchi perché so che la causalità non è legata alle cose più prossime e può avere origini molto lontane. So i nomi di chi lo ha ucciso coprendosi dietro il velo dell’autorità e so i nomi di chi quel velo ha tessuto. Sono quelli che parlano di merito e che sotto questo vessillo nascondono il loro disprezzo per i “perdenti”, per chi non ha merito, per chi può essere pestato a morte perché se l’è andata a cercare…

La politica è un gigantesco e maestoso esperimento contro-natura, fieramente e umanamente contro-natura o piuttosto un esperimento che più di qualunque altro afferma la natura umana. Esperimento contro-natura nella misura in cui vogliamo vedere nella natura zanne insanguinate e sopravvivenza del più forte, esperimento che afferma fortemente la natura umana nella misura in cui individuiamo le coordinate empatiche della specie umana, una specie che si distingue per la sua socialità, oltre che per la sua ferocia. Siamo capaci delle più elevate opere dello spirito e dei più efferati crimini. Tra i monumenti della nostra specie c’è la corale di Beethoven e il bombardamento di Dresda, la relatività di Einstein e la bomba di Hiroshima, la Cappella Sistina e la Shoah.
La politica è un modello contro l’idea (errata) che abbiamo di natura.

Una società in cui tutti gli individui siano messi nelle condizioni di esprimere le proprie aspirazioni: questo modello è un modello umano, che non troviamo in altre specie. In questi termini dico un modello contro-natura e allo stesso tempo che afferma la nostra natura. Il modello neoliberista lascia l’individuo solo senza tessuto statuale e con un blando tessuto sociale, questo è il trionfo della natura intesa come regno della lotta per la sopravvivenza del più forte. Renzi ne è un degno alfiere. La meritocrazia di Renzi dice di voler mettere tutti sulla stessa linea di partenza ma non non dice nulla dell’allenamento che ogni atleta può permettersi e bara sull’asimmetria della forza di contrattazione tra capitale e lavoro.

Ogni tempo ha il suo fascismo, diceva Primo Levi, e il fascismo muta nel tempo. Oggi abbiamo fascisti geneticamente modificati per vendersi come condottieri di sinistra. Con loro si vince, non importa cosa, non importa come ma si vince.

Renzi ha azzerato la dialettica fondendo in maniera surrettizia istanze destruens e costruens, senza avere stoffa né per l’una né per l’altra, o forse solo per la prima. Un Bel Amì della politica si è impadronito di tesi e antitesi. Ha realizzato quello che disse Fukuyama dopo la caduta del muro di Berlino, la storia è finita, non c’è più dialettica, il pensiero unico ha trionfato. L’imbarazzante debolezza dei suoi avversari, sia interni che esterni al pd, lo fa apparire un gigante. La sua retorica da ultima spiaggia ha soppresso il confronto. La cosiddetta sinistra è più spiazzata della destra, intontita da una mancanza di alternative che non ci sono fino a quando non vengono costruite e non si costruiscono fino a quando si è intrappolati nella mentalità che non prevede alternative.
La storia potrà anche essere finita ma non il conflitto. La dialettica sociale è il conflitto e dove ci sono asimmetrie sociali continuerà a esserci conflitto.
Renzi passerà, il conflitto no.

La libertà non è che un vano fantasma quando una classe di uomini può affamare l’altra impunemente. L’uguaglianza non è che un vano fantasma quando il ricco, attraverso i monopoli, esercita il diritto di vita e di morte sul suo simile. La Repubblica non è che un vano fantasma quando la controrivoluzione opera, giorno dopo giorno, attraverso i prezzi delle derrate alle quali i tre quarti dei cittadini non possono accedere senza versare lacrime.” Dal Manifesto degli arrabbiati di Jacques Roux, 25 giugno 1793.
Appena 220 anni fa!

Prodotto Interno Laido

Allegoria dell’Europa dedita
alle attività economiche.

Di recente ISTAT ha diffuso il comunicato che a partire dal prossimo settembre verrà adottato dagli Stati dell’Unione europea il nuovo sistema dei conti nazionali e regionali, in altre parole nel calcolo del PIL (Prodotto Interno Lordo) saranno considerate anche attività illegali come traffico di sostanze stupefacenti, servizi della prostituzione e contrabbando (di sigarette o alcol).
Per qualche testata è una buona notizia perché la variazione del Pil stimata per l’Italia potrebbe essere tra l’1% e il 2% e questo abbasserebbe il rapporto deficit/Pil, fa niente se si tratta di un Pil criminale, quando si tratta di crescere non si guarda in faccia nessuno e tutta l’Europa parla come un sol uomo!
Altre fonti, distinguono tra attività sommerse ma legali (già conteggiate dai tempi di Craxi, ovviamente!) e attività illegali che faranno parte della nuova contabilità. Considerando queste ultime la variazione potrebbe essere nell’intervallo da 8% a 10%. In tal caso il “beneficio” sul rapporto deficit/Pil sarebbe ancora più evidente, un beneficio da maquillage ma pur sempre un beneficio. Come dire? Un delinquente ben vestito fa sempre la sua bella figura.

Ora, poiché il Pil è il principale indicatore per definire politiche economiche ci si augura che i conti dell’economia legale e quelli dell’economia illegale siano mantenuti separati, anche se niente lo fa presagire, altrimenti verrebbe da chiedersi che tipo di politiche si metteranno in atto per “contrastare” le attività della criminalità organizzata visto il “beneficio economico” che apportano.

Tralascio ogni considerazione di carattere etico che mi farebbe mettere in discussione l’utilizzo del segno positivo nei conti provenienti da attività illecite. Poiché la nuova contabilità sarà adottata dall’intera Europa ho cercato di informarmi sulla faccenda lottando contro i miei stessi pregiudizi! Non ce l’ho fatta, continua a sembrarmi una follia, una gigantesca follia continentale ma io sono ingenuo. E’ l’Europa che ce lo chiede! Propongo solo una variazione per i termini sottesi all’acronimo PIL, potrebbero andare bene Prodotto Interno Lurido o Prodotto Interno Laido ma ci sono tante altre opzioni.

Sorpasso a sinistra

In messianica attesa di una politica laica che faccia di queste parole il proprio manifesto e di uomini e donne che le incarnino, come il Presidente Mujica in Uruguay tanto per intenderci, non mi resta che consigliare la lettura della sezione dedicata all’economia dell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium di papa Francesco.

***

I. Alcune sfide del mondo attuale

52. L’umanità vive in questo momento una svolta storica che possiamo vedere nei progressi che si producono in diversi campi. Si devono lodare i successi che contribuiscono al benessere delle persone, per esempio nell’ambito della salute, dell’educazione e della comunicazione. Non possiamo tuttavia dimenticare che la maggior parte degli uomini e delle donne del nostro tempo vivono una quotidiana precarietà, con conseguenze funeste. Aumentano alcune patologie. Il timore e la disperazione si impadroniscono del cuore di numerose persone, persino nei cosiddetti paesi ricchi. La gioia di vivere frequentemente si spegne, crescono la mancanza di rispetto e la violenza, l’inequità diventa sempre più evidente. Bisogna lottare per vivere e, spesso, per vivere con poca dignità. Questo cambiamento epocale è stato causato dai balzi enormi che, per qualità, quantità, velocità e accumulazione, si verificano nel progresso scientifico, nelle innovazioni tecnologiche e nelle loro rapide applicazioni in diversi ambiti della natura e della vita. Siamo nell’era della conoscenza e dell’informazione, fonte di nuove forme di un potere molto spesso anonimo.

No a un’economia dell’esclusione

53. Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e della inequità”. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è inequità. Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”.

54. In questo contesto, alcuni ancora difendono le teorie della “ricaduta favorevole”, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante. Nel frattempo, gli esclusi continuano ad aspettare. Per poter sostenere uno stile di vita che esclude gli altri, o per potersi entusiasmare con questo ideale egoistico, si è sviluppata una globalizzazione dell’indifferenza. Quasi senza accorgercene, diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, non piangiamo più davanti al dramma degli altri né ci interessa curarci di loro, come se tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete. La cultura del benessere ci anestetizza e perdiamo la calma se il mercato offre qualcosa che non abbiamo ancora comprato, mentre tutte queste vite stroncate per mancanza di possibilità ci sembrano un mero spettacolo che non ci turba in alcun modo.

No alla nuova idolatria del denaro

55. Una delle cause di questa situazione si trova nella relazione che abbiamo stabilito con il denaro, poiché accettiamo pacificamente il suo predomino su di noi e sulle nostre società. La crisi finanziaria che attraversiamo ci fa dimenticare che alla sua origine vi è una profonda crisi antropologica: la negazione del primato dell’essere umano! Abbiamo creato nuovi idoli. L’adorazione dell’antico vitello d’oro (cfr Es 32,1-35) ha trovato una nuova e spietata versione nel feticismo del denaro e nella dittatura di una economia senza volto e senza uno scopo veramente umano. La crisi mondiale che investe la finanza e l’economia manifesta i propri squilibri e, soprattutto, la grave mancanza di un orientamento antropologico che riduce l’essere umano ad uno solo dei suoi bisogni: il consumo.

56. Mentre i guadagni di pochi crescono esponenzialmente, quelli della maggioranza si collocano sempre più distanti dal benessere di questa minoranza felice. Tale squilibrio procede da ideologie che difendono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria. Perciò negano il diritto di controllo degli Stati, incaricati di vigilare per la tutela del bene comune. Si instaura una nuova tirannia invisibile, a volte virtuale, che impone, in modo unilaterale e implacabile, le sue leggi e le sue regole. Inoltre, il debito e i suoi interessi allontanano i Paesi dalle possibilità praticabili della loro economia e i cittadini dal loro reale potere d’acquisto. A tutto ciò si aggiunge una corruzione ramificata e un’evasione fiscale egoista, che hanno assunto dimensioni mondiali. La brama del potere e dell’avere non conosce limiti. In questo sistema, che tende a fagocitare tutto al fine di accrescere i benefici, qualunque cosa che sia fragile, come l’ambiente, rimane indifesa rispetto agli interessi del mercato divinizzato, trasformati in regola assoluta.

No a un denaro che governa invece di servire

57. Dietro questo atteggiamento si nascondono il rifiuto dell’etica e il rifiuto di Dio. All’etica si guarda di solito con un certo disprezzo beffardo. La si considera controproducente, troppo umana, perché relativizza il denaro e il potere. La si avverte come una minaccia, poiché condanna la manipolazione e la degradazione della persona. In definitiva, l’etica rimanda a un Dio che attende una risposta impegnativa, che si pone al di fuori delle categorie del mercato. Per queste, se assolutizzate, Dio è incontrollabile, non manipolabile, persino pericoloso, in quanto chiama l’essere umano alla sua piena realizzazione e all’indipendenza da qualunque tipo di schiavitù. L’etica – un’etica non ideologizzata – consente di creare un equilibrio e un ordine sociale più umano. In tal senso, esorto gli esperti finanziari e i governanti dei vari Paesi a considerare le parole di un saggio dell’antichità: « Non condividere i propri beni con i poveri significa derubarli e privarli della vita. I beni che possediamo non sono nostri, ma loro ».[55]

58. Una riforma finanziaria che non ignori l’etica richiederebbe un vigoroso cambio di atteggiamento da parte dei dirigenti politici, che esorto ad affrontare questa sfida con determinazione e con lungimiranza, senza ignorare, naturalmente, la specificità di ogni contesto. Il denaro deve servire e non governare! Il Papa ama tutti, ricchi e poveri, ma ha l’obbligo, in nome di Cristo, di ricordare che i ricchi devono aiutare i poveri, rispettarli e promuoverli. Vi esorto alla solidarietà disinteressata e ad un ritorno dell’economia e della finanza ad un’etica in favore dell’essere umano.

No all’inequità che genera violenza

59. Oggi da molte parti si reclama maggiore sicurezza. Ma fino a quando non si eliminano l’esclusione e l’inequità nella società e tra i diversi popoli sarà impossibile sradicare la violenza. Si accusano della violenza i poveri e le popolazioni più povere, ma, senza uguaglianza di opportunità, le diverse forme di aggressione e di guerra troveranno un terreno fertile che prima o poi provocherà l’esplosione. Quando la società – locale, nazionale o mondiale – abbandona nella periferia una parte di sé, non vi saranno programmi politici, né forze dell’ordine o di intelligence che possano assicurare illimitatamente la tranquillità. Ciò non accade soltanto perché l’inequità provoca la reazione violenta di quanti sono esclusi dal sistema, bensì perché il sistema sociale ed economico è ingiusto alla radice. Come il bene tende a comunicarsi, così il male a cui si acconsente, cioè l’ingiustizia, tende ad espandere la sua forza nociva e a scardinare silenziosamente le basi di qualsiasi sistema politico e sociale, per quanto solido possa apparire. Se ogni azione ha delle conseguenze, un male annidato nelle strutture di una società contiene sempre un potenziale di dissoluzione e di morte. È il male cristallizzato nelle strutture sociali ingiuste, a partire dal quale non ci si può attendere un futuro migliore. Siamo lontani dalla cosiddetta “fine della storia”, giacché le condizioni di uno sviluppo sostenibile e pacifico non sono ancora adeguatamente impiantate e realizzate.

60. I meccanismi dell’economia attuale promuovono un’esasperazione del consumo, ma risulta che il consumismo sfrenato, unito all’inequità, danneggia doppiamente il tessuto sociale. In tal modo la disparità sociale genera prima o poi una violenza che la corsa agli armamenti non risolve né risolverà mai. Essa serve solo a cercare di ingannare coloro che reclamano maggiore sicurezza, come se oggi non sapessimo che le armi e la repressione violenta, invece di apportare soluzioni, creano nuovi e peggiori conflitti. Alcuni semplicemente si compiacciono incolpando i poveri e i paesi poveri dei propri mali, con indebite generalizzazioni, e pretendono di trovare la soluzione in una “educazione” che li tranquillizzi e li trasformi in esseri addomesticati e inoffensivi. Questo diventa ancora più irritante se gli esclusi vedono crescere questo cancro sociale che è la corruzione profondamente radicata in molti Paesi – nei governi, nell’imprenditoria e nelle istituzioni – qualunque sia l’ideologia politica dei governanti.

Il testo integrale di Evangelii Gaudium di papa Francesco.

***

PS del giorno dopo. A parte la correzione nel mio testo da enciclica a esortazione apostolica, errore dovuto ad una scrittura ed una lettura colpevolmente rapida, aggiungo una breve nota. Leggo nelle pagine di questa esortazione apostolica dedicate all’economia lo stesso pensiero sotteso alle pagine dedicate alla giustizia sociale e all’economia del dono nell’enciclica Caritas in Veritate di Benedetto XVI. Dedicai qualche riflessione a quella enciclica privilegiando un punto che esulava dall’economia e rimandando ad un articolo di Giorgio Ruffolo per questo. Si sostiene da tempo che alla stesura dell’enciclica di Benedetto XVI abbia collaborato Stefano Zamagni, queste voci hanno ottenuto una certa conferma di recente. Non è improbabile che anche per questo documento sia stato consultato l’economista. Considerando l’attenzione di Zamagni all’economia delle relazioni umane è una collaborazione che mi fa molto piacere.

Shutdown

Cari colleghi
Mi mancate! E’ veramente un’esperienza desolante camminare in queste sale. L’incapacità del Congresso di approvare una legge di stanziamenti ha fatto sì che più del 93% dei nostro staff di quasi 17.000 persone non sia al lavoro. Questa è una situazione molto scoraggiante e posso solo immaginare quali impatti possa avere questo arresto su di voi e sulla vostra famiglia.

Così comincia la lettera ai dipendenti di Gina McCarthy, direttrice dell’EPA (Agenzia per la Protezione Ambientale statunitense). Il 93% di quasi 17.000 persone… 15.810 lavoratori rimangono a casa per lo shutdown. 15.810 solo nell’EPA, poi vanno considerate tutte le altre attività federali. Lo shutdown è la chiusura di tutte le attività federali per l’indisponibilità dei repubblicani ad approvare la legge di bilancio, una ritorsione della destra statunitense per la riforma sanitaria di Obama.
Shutdown…così si spengono migliaia di persone, come si fa con il computer.