Appunti

Bail-in, sistema di salvataggio delle banche ricorrendo alle risorse dei privati. Anche questo è nel filone della privatizzazione, nulla deve essere più pubblico, nulla è condiviso. Questo è l’atto finale di una privatizzazione avanzata a tappe forzate. Il privato dà i soldi alla banca perché li conservi prima ancora che per guadagnarci. A me solo quel privato interessa. La banca fa scommesse azzardate che il privato non conosce e non autorizzerebbe, scommesse su cui non c’è vigilanza. Poi tutto si sgonfia e la banca va in tilt. La banca soffre! Diranno che soffre perché i mutui concessi non rientrano. I soldi persi il privato se li dimentica, né può rivendicarli perché la bad bank in cui finirà non ha più i soldi, la good bank è un’altra cosa e non ha alcuna pendenza. Fine della storia.

Il problema non era risolvere il bail-out ma impedire alle banche giochi azzardati, non solo vigilare ma impedire. Invece il sistema è tale che non c’è vigilanza che tenga. Le banche possono fare i loro comodi in quanto private, basta che usino l’opportuna formula per “informare” i clienti.
Adesso è arrivato il conto: i privati pagano il conto delle attività private. Il cerchio è chiuso, tutto torna!

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Dallo zibaldino

Secondo alcuni osservatori i problemi della cultura laica e liberale sarebbero riconducibili a visioni totali e distorte del razionalismo e dell’individualismo. Nel caso del razionalismo non mi è chiaro se sia la sua degenerazione o la sua realizzazione a far paura. Per quanto riguarda l’individualismo mi è poco chiaro se sia un disperato tentativo di opporsi all’omologazione di massa o se si tratta di una delle maschere più riuscite della cultura di massa.
Leopardi, nel Dialogo di Tristano e di un amico, afferma, per bocca di Tristano “Gli individui sono spariti dinanzi alle masse, dicono elegantemente i pensatori moderni”. L’individuo “Lasci fare alle masse; le quali che cosa sieno per fare senza individui essendo composte d’individui, desidero e spero che me lo spieghino gl’intendenti d’individui e di masse, che oggi illuminano il mondo.”[1]
Oggi non ci facciamo mancare nulla. Come controcanto alla critica dell’individualismo si leva la condanna alla massificazione e la perdita di individualità. Dal suo “secol superbo e sciocco” la perplessità del poeta, quasi due secoli dopo, aumenterebbe a dismisura e, in assenza di ‘intendenti’, sarebbe stato contento di non dover più leggere libri di filosofia che “siccome costano quel che vagliono, così durano a proporzione di quel che costano.”[2]

[1] G. Leopardi, Operette morali – Dialogo di Tristano e di un amico. Garzanti, 1984, p. 329.
[2] Ibidem

Autoesami

Secondo Hans Jonas[1] il concetto di Dio dopo Auschwitz non può conservare allo stesso tempo gli attributi di bontà, potenza e comprensibilità, poiché ogni relazione fra due attributi esclude il terzo. Jonas non ha dubbi, di fronte all’aporia non resta che abbandonare il concetto di un Dio onnipotente. Il libero arbitrio è incompatibile con l’onnipotenza divina.
Nella fisica quantistica si è avuto un problema analogo a proposito dei principi di separabilità, realtà e località dei fenomeni, per lo meno a scale subatomiche[2].
Il teorema di John Bell del 1964 e le successive prove sperimentali relativamente alla misura della polarizzazione di una stessa sorgente di luce effettuata da osservatori indipendenti provano l’insostenibilità dell’immagine del mondo come un insieme di oggetti indipendenti, concreti e distinti. Uno dei principi deve essere lasciato cadere e il principio che ragionevolmente può essere abbandonato, perché meno problematico, è quello di località. In altre parole a scala subatomica non si hanno oggetti distinti ma oggetti che in qualche modo restano intimamente connessi tra loro se hanno interagito nel passato.
Le due grandi case, teologia e scienza, devono saper rinunciare a qualche postulato per rimanere in piedi. Indubbiamente ognuno cerca di farlo come può e come sa ma sicuramente dalla propensione alla rinuncia di postulati dati per certi si può dedurre, se non l’autentico amore per la verità, almeno la vocazione all’autoesame.

[1] H. Jonas, Il concetto di Dio dopo Auschwitz. Una voce ebraica, il melangolo, Genova, 1990, p. 23 cit. da Giovanni Fornero, Salvatore Tassinari, Le filosofie del novecento. Bruno Mondadori, Milano. Vol 2, p. 1348-1349. Cfr. anche N. Bobbio, Elogio della mitezza e altri scritti morali. Net, Milano, 2006, p. 194-195.
[2] P. Odifreddi, Il Vangelo secondo la Scienza. Le religioni alla prova del nove, Einaudi, Torino, 1999, p.80.

Le città visibili

05.12.15
Città di luce, la prima impressione ad accoglierci sul Tago, all’Alfama, è il sole abbagliante di Lisbona. Altro balcone sull’Atlantico, altro occaso dirimpettaio di quello magrebino.

A Lisbona ognuno è moltitudine più che altrove. Per alchimia letteraria in questo athanor fatto di luce brucia ancora l’anima di Fernando Pessoa, Bernardo Soares, Ricardo Reis, Alberto Caeiro, Alvaro De Campos, Alexander Search e chissà quant’altri. Qui la moltitudine alberga nel profondo di ciascuno.

Città sul mare con un continente alle spalle e un infinito di promesse da esplorare. Balcone del tramonto, non c’è che da inseguire il sole per vedere dove va a morire. Quali terre illumina di là dall’orizzonte?

Sette colli, ben più irti di quelli romani. Salite e discese ripide che mettono alla prova le gambe, curve repentine quanto basta per disorientare. Come ha forgiato il carattere di chi vive qui questa morfologia urbana? Quale effetto ha questo rincorrersi di gobbe e valli sullo spirito degli abitanti di Lisbona? Quali umori muovono la fatica delle salite e la pericolosa facilità delle discese? Architetture dislivellate si adeguano all’irrequieto temperamento del terreno.

Panni stesi sui balconi  evocano azulejos, un’intimità esposta che racconta vite, odori, colori. Qui l’intimità non ama stare chiusa in casa.

Un continente alle spalle spinge Lisbona a ridosso del mare, prossima a caderci dentro. Lisbona è una città di mare o sul mare? Le città di mare sono una condizione dell’anima, le città sul mare si affacciano sul mare e spesso hanno impressi nella memoria i pericoli che vengono dal mare. Lisbona è una città sul mare che non teme invasioni, nessuna minaccia può venire dall’oceano ignoto. Per Lisbona l’ignoto mare non è foriero di pericoli ma di scoperte. Come fa la moltitudine di Lisbona a nascondersi il timore che oltre l’orizzonte non ci sia nulla? Cosa cela la spavalderia dei navigatori?

06.12.15
Avvolta nella nebbia fino a mezzogiorno. La nebbia dissolve per poche ore, giusto il tempo perché la luce costruisca il Mosteiro dos Jeronimos.

Poi la nebbia si riprende la città. Una nebbia fitta, densa, pesante, che bagna il viso. Un filo di timidezza che vela la colorata sfacciataggine di Lisbona per almeno un giorno. La luce si mostra per via negationis, come in quella teologia che fa derivare la necessaria presenza di Dio dalla sua assenza.

Qui il terremoto ha lasciato tracce ancora vive. Al Convento do Carmo la ferita è rimasta aperta per dimostrare la ricostruzione di tutti gli altri monumenti.Voltaire qui scopre l’irragionevolezza della storia, qui capisce il senso doloroso e ridicolo della ragione, la sua caducità che pure vuole fare da bastione all’esistenza.

Un popolo che inventa il fado è un popolo che ha bisogno di piangere, di farsi cullare dal dolore del fato. Dal fato non si fugge, per questo la fuga qui diventa esplorazione e i più grandi fuggitivi furono navigatori. Quando l’epoca delle esplorazioni geografiche terminò cominciò l’epoca dell’esplorazione delle anime. L’epoca che ha Pessoa e Saramago tra i più grandi esploratori.

07.12.15
Alla stazione per Sintra i treni hanno un “destino”. Potenza della lingua. Da noi la destinazione dei treni è un arrivo. Un arrivo non ha altro obiettivo che il raggiungimento di un posto. Un destino trascina con sé significati e venti che sfuggono al programmato compimento di una impresa. Un destino è apertura all’ignoto che resta sempre incompiuto, altrimenti sarebbe un discorso finito, chiuso, cui seguirebbe il desolante silenzio di una lingua morta.

Il fado canta il dolore nella speranza di ingannare il grande predatore. Impietosirlo forse… quale dolore vuoi infliggermi che io non abbia già sofferto? Da noi quel tentativo di raggirare il dolore evocandolo abita nella canzone tradizionale napoletana.

A Crono vorace
serviamo pasto di giorni.
Agnelli di pasque a venire,
allestiamo quotidiani olocausti
e resurrezioni sempre rimandate.

Il tram 28 ha voce di legno che scricchiola, di rotaie che sferragliano. Scappa dai quartieri dove è forte l’odore di povertà. Si lascia dietro scintille, sfiora i muri e le spalle della gente, scarta di lato repentino, come per scherzo.


Su questo tram viene naturale fare un gioco. Sentire i pensieri della gente, i loro desideri, le loro speranze. E’ un esperimento pericoloso, è come essere al centro della tempesta con i venti che soffiano in tutte le direzioni. “Stasera tornerò a casa tardi, gli farò trovare la zuppa di cavoli ma ho poche patate e quelle che ho sono raggrinzite. Lo sapevo che avrei dovuto fare la spesa ma in ufficio mi hanno trattenuta…” Lei cammina con passo deciso, lui è un passo dietro, hanno appena litigato… Quei due camminano sottobraccio ma non sanno come dirsi che non si amano più come prima. Lei vorrebbe lasciarlo, lui ha già un’altra… “Domani mio figlio avrà un colloquio di lavoro, incrociamo le dita.”, “Non so più come fare, ogni cura è inutile e io sono stanca…”, “Sono innamorato e non so come dirglielo, scrivo una lettere, no, telefonerò ma se faccio scena muta come l’ultima volta…”,  “Sono quarant’anni che guido questi tram e quei due dietro attaccati alle balaustre esterne credono che io non mi sia accorto di loro. Farò finta di niente come sempre e poi è divertente vedere come saltano giù a ogni fermata per riattaccarsi con un balzo alla partenza.”, “Oggi è venuta poca gente, questa frutaria non rende la luce accesa per tutta la giornata. Se non fosse che me l’ha lasciata mio padre la venderei per mettere su un’altra attività…”, “Non so se dirglielo, se lo sapesse soffrirebbe di più ma ha il diritto di saperlo…”, “Domani se mi interroga farò scena muta ma non potevo studiare. Non la vedevo da quando si è trasferita e avevo troppe cose da dirle. Certe cose non si raccontano con le mail…”. Quella signora va a messa, quella entra dal fruttivendolo, quel ragazzo non riesce a far partire il motorino, quel signore è troppo lento, perderà il tram e io corro dietro le loro vite e perdo la mia. Basta così, questo è un gioco mortale per eccesso di vita. E’ un esperimento pericoloso vivere le vite che scorrono dai finestrini del 28 e poi siamo già al capolinea. Non si può contenere la vita degli altri troppo a lungo. Come faceva Pessoa a essere tutti? Pessoa si è fatto città. Visitare Lisbona è leggere Pessoa e viceversa.

08.12.15
Tre ragazzi parlano nel tram, mi arrivano poche parole della loro conversazione. “Mira”, per dire guarda. “Non me encanta”, per dire non mi piace. Certi significati viaggiano sulle parole significanti, altri si servono di tappeti volanti. Le lingue diventano ponti riccamente decorati quando portano significati da un paese all’altro, perché se restano in un paese solo perdono la loro ricchezza e mira non richiama più lo stupore dell’ammirazione ma resta solo un nudo guardare, encanta perde il suo appello all’incanto e resta una parola per dire che una cosa piace o no, semplicemente.

Promenade con il re dei gatti

Balthasar Kłossowski, noto come Balthus. Il migliore commento alla sua opera è il saggio di Freud Das Unheimliche, reso in italiano con Il perturbante. Balthus perturba, inquieta. Le sue ninfe derelitte, decadenti, richiamano Lolite seducenti solo ad un lettore superficiale. Secondo Jean Clair “solo imbecilli potevano trattarlo come un eccentrico, isolato, erotomane.”
Le figure posano in uno stato di languore, quasi torpore per qualcosa che hanno appena visto o per qualcosa che stanno per vedere.

Balthus. La stanza, 1952-1954.

Figure silvane, folletti maligni scostano tende, tolgono il velo, e lasciano filtrare luce e immagini che inducono al deliquio. Il languore delle fanciulle di Balthus è spossatezza. I colori mesti, le linee dure e geometriche, volti quattrocenteschi e austeri.
L’onirico è quanto di più realistico possa concepirsi. Non c’è una realtà altra che non sia quella psicologica intima e profonda. Nessuna salvezza surrealista, nessuna concessione metafisica, nemmeno artistica, poiché l’arte è inquietudine e risolvere l’inquietudine per mezzo dell’arte sarebbe un ossimoro. Significherebbe negare l’arte fuggendola. Nessuna fuga quindi.
Balthus dipinge la soglia psicologica in cui l’infanzia non ancora dimenticata percepisce l’inevitabilità della perdita. Dipinge l’attimo di passaggio tra ciò che è stato e ciò che sarà. Un attimo atemporale, cardine tra passato e futuro. Un attimo colmo di eventi trascorsi e di eventi a venire. L’atemporalità di De Chirico è sospensione del tempo, vuoto di eventi. L’atemporalità di Balthus è nucleo del tempo, pieno di eventi.

Balthus, Grande composizione con mensola, 1985.

Un horror vacui di eventi che procurano disorientamento, spaesamento, svenimento. Le fanciulle di Balthus sono dipinte nell’istante esatto in cui cominciano a vedere quel tempo. Balthus dipinge il disfacimento dell’età dell’innocenza.
Perché fanciulle e non fanciulli? Perché la dimensione lirica della mente subisce le ingiurie del tempo, quella razionale (maschile?) tenta di spiegarle, a volte negandole. Balthus non dipinge la negazione dell’inquietudine. I colori cupi sono quelli del pensiero non confessato, spesso ignorato dal soggetto non esercitato all’esplorazione delle zone più remote e buie. Scriveva Paul Valéry nei suoi quaderni “Quando affronti un viaggio dentro te stesso, parti armato fino ai denti”. Solo dopo essere discesi negli inferi della propria anima  si può leggere l’opera di Balthus.
Fino al 31 gennaio è possibile vedere molte opere di Balthus alle Scuderie del Quirinale a Roma.

Vecchie note

Nel Fedro di Platone si narra del mito dell’auriga che guida una biga trainata da due cavalli alati, uno bianco, elegante ed ubbidiente che corre verso il cielo, l’altro nero, rozzo e ribelle che va in direzione della terra. Chiaramente i due cavalli sono trasposizioni metaforiche di quell’ambivalente condizione umana che anela all’infinito ma che è sempre passibile di cadere nelle terrene passioni. Compito dell’auriga-ragione è guidare la biga con la collaborazione del cavallo bianco. Ma per andare dove?
A Platone, e a molti filosofi morali successivi, sarà sembrato che l’uomo fosse di volta in volta trascinato dal cavallo bianco o da quello nero ma non è da escludere che i cavalli, tutt’altro che domati, trascinino lacerti d’uomo.
Se Platone ha dato avvio ad una scissione tra le cose terrene e quelle divine, è anche vero che alla cultura dei greci del tempo mancavano gli elementi schizofrenici che hanno caratterizzato le epoche successive, quando alla debolezza dell’uomo si è aggiunto il sostrato culturale del dominio sulla natura che con l’avvento del cristianesimo ha raggiunto la sua apoteosi e che la nostra modernità, nata dalle lacerazioni interne al cristianesimo, ha sancito come regola aurea[1]. Sebbene Platone rappresenti il precursore della scissione tra le cose terrene e quelle divine, quanto il filosofo ci ha lasciato è sufficiente per capire che quando punta il suo dito al cielo[2] non ha in mente un Dio che vede l’uomo quale unico soggetto di dominio ma una “universa armonia”, alla quale anche Zeus deve sottostare, in cui “quel piccolo frammento che tu rappresenti, o uomo meschino, ha sempre il suo intimo rapporto con il cosmo e un orientamento ad esso, […] Non per te infatti questa vita si svolge, ma tu piuttosto vieni generato per la vita cosmica”[3]. La politica di Platone, tecnica regia tra le arti umane, nasce dall’abbandono degli dei e da quell’abbandono sorge la consapevolezza che gli uomini “dovevano trovare il modo di avere autonoma cura di sé”[4]. Dalla intrinseca condizione di debolezza doveva conseguire la scelta della norma. Il cristianesimo Paolino, nato dalla matrice ebraica e uscito dalla nicchia tribale, opera un rovesciamento di questa posizione. Se da un lato ha avuto il merito di rivolgersi alle masse deboli e emarginate, dall’altra ha creato un esercito di parvenu dello spirito.
L’uomo greco, consapevole della propria debolezza, è costretto a farne un punto di forza. L’uomo cristiano, consapevole della propria debolezza, ne fa il vessillo del comando.

[1] Lynn White, 1967. The historical roots of our ecological crisis. Science, 155. pp. 1203–1207. Disponibile in italiano nel sito di Doppiozero.
[2] Scuola di Atene di Raffaello Sanzio nelle sale Vaticane, Platone punta il dito al cielo e Aristotele punta il dito verso la terra, a quest’ultimo è toccato quindi maggior paradosso per essere stato considerato per molti secoli dal Cristianesimo quale unica autorità del sapere. Il merito non gli ha risparmiato l’inferno al “maestro di color che sanno”, dopo la recente abolizione del limbo!

[3] Platone, Leggi, Libro X, 903c. Cit. da Umberto Galimberti, Psiche e techne – L’uomo nell’età della tecnica. Feltrinelli, Milano, 2005, p. 55.
[4] Platone, Politico, 274d. Cit. da Umberto Galimberti, Psiche e techne – L’uomo nell’età della tecnica. Feltrinelli, Milano, 2005, p. 256