La coscienza della durata

Q15 §4 Machiavelli. Elementi di politica. (…) Svolgimento del concetto generale che è contenuto nell’espressione «spirito statale». Questa espressione ha un significato ben preciso, storicamente determinato. Ma si pone il problema: esiste qualcosa (di simile) a ciò che si chiama «spirito statale» in ogni movimento serio, cioè che non sia l’espressione arbitraria di individualismi, più o meno giustificati? Intanto lo «spirito statale» presuppone la «continuità» sia verso il passato, ossia verso la tradizione, sia verso l’avvenire, cioè presuppone che ogni atto sia il momento di un processo complesso, che è già iniziato e che continuerà. La responsabilità di questo processo, di essere attori di questo processo, di essere solidali con forze «ignote» materialmente, ma che pur si sentono operanti e attive e di cui si tiene conto, come se fossero «materiali» e presenti corporalmente, si chiama appunto in certi casi «spirito statale». È evidente che tale coscienza della «durata» deve essere concreta e non astratta, cioè, in certo senso, non deve oltrepassare certi limiti; mettiamo che i più piccoli limiti siano una generazione precedente e una generazione futura, ciò che non è dir poco, poiché le generazioni si conteranno per ognuna non trenta anni prima e trenta anni dopo di oggi, ma organicamente, in senso storico, ciò che per il passato almeno è facile da comprendere: ci sentiamo solidali con gli uomini che oggi sono vecchissimi e che per noi rappresentano il «passato» che ancora vive fra noi, che occorre conoscere, con cui occorre fare i conti, che è uno degli elementi del presente e delle premesse del futuro. E coi bambini, con le generazioni nascenti e crescenti, di cui siamo responsabili. (Altro è il «culto» della «tradizione» che ha un valore tendenzioso, implica una scelta e un fine determinato, cioè è a base di una ideologia). Eppure, se si può dire che uno «spirito statale» così inteso è in tutti, occorre volta a volta combattere contro deformazioni di esso e deviazioni da esso. «Il gesto per il gesto», la lotta per la lotta ecc. e specialmente l’individualismo gretto e piccino, che poi è un capriccioso soddisfare impulsi momentanei ecc. (In realtà il punto è sempre quello dell’«apoliticismo» italiano che assume queste varie forme pittoresche e bizzarre).
L’individualismo è solo apoliticismo animalesco; il settarismo è «apoliticismo» e se ben si osserva, infatti, il settarismo è una forma di «clientela» personale, mentre manca lo spirito di partito, che è l’elemento fondamentale dello «spirito statale». La dimostrazione che lo spirito di partito è l’elemento fondamentale dello spirito statale è uno degli assunti più cospicui da sostenere e di maggiore importanza; e viceversa che l’«individualismo» è un elemento animalesco, «ammirato dai forestieri» come gli atti degli abitanti di un giardino zoologico. (Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, 1948.)

I pedoni, il semaforo e la democrazia

E’ evidente che la mia quotidiana attesa per attraversare le strisce pedonali della Palmiro Togliatti è sempre molto stimolante!

Quando cominciarono a circolare le automobili si è posto il problema dell’attraversamento della strada dei pedoni senza che questi fossero investiti. All’inizio il rischio non era elevato, le auto erano poche e i pedoni potevano attraversare facendo un po’ di attenzione. Le strisce pedonali assicuravano quell’attenzione necessaria da parte degli automobilisti perché rallentassero la loro corsa e lasciassero passare i pedoni in tutta tranquillità. Poi le auto aumentarono, insieme alla loro velocità, e fu necessario mettere i semafori perché si fermassero a intervalli regolari per lasciar passare i pedoni.

Successivamente sembrò opportuno dotare i semafori di dispositivi che il pedone poteva usare. Quando il pedone aveva bisogno di attraversare la strada avrebbe premuto il pulsante e dopo pochi secondi il semaforo sarebbe diventato rosso per le auto. In questo modo i pedoni non si sarebbero più affollati intorno al semaforo in attesa di poter attraversare la strada. In principio questa soluzione funzionava benissimo, poi le auto divennero sempre più numerose e veloci e arrestarne la corsa ogni volta che un singolo pedone aveva bisogno di attraversare la strada divenne poco praticabile. La vecchia soluzione era chiaramente antieconomica.

Le automobili sarebbero state penalizzate e, considerando che intorno alle auto gravitava un’economia di gran lunga più imponente rispetto a quella che potevano muovere i pedoni, divenne chiaro che la vecchia soluzione per fare attraversare la strada ai pedoni non era più adatta ai tempi. Sarebbe stato oltremodo assurdo favorire i pedoni il cui contributo all’economia, per quanto significativo, non poteva competere con quello dell’industria automobilistica, dell’indotto dei ricambi e riparazioni, dei consumi di carburanti. Fu così che si decise di svuotare gli apparecchi che avrebbero regolato il passaggio dei pedoni ai semafori. Sarebbe restata la scatola vuota perché i pedoni continuassero a credere di poter fermare le auto per attraversare la strada.

La soluzione si presentava efficace. Le auto avrebbero transitato senza troppe interruzioni e i pedoni avrebbero avuto il loro bel dispositivo per continuare a credere che si sarebbero fermate per consentire l’attraversamento della strada con la semplice pressione di un pulsante. Dopotutto il semaforo avrebbe continuato a diventare rosso per le auto a intervalli regolari e nessun pedone avrebbe pensato che il proprio attraversamento non fosse dipeso dalla pressione sul pulsante. Il ritardo faceva parte del meccanismo, non si poteva pretendere che il semaforo si azionasse immediatamente. Non c’era nulla di cui preoccuparsi, bastava aspettare e le auto si sarebbero fermate.

Ora, la domanda per i 5s e per chiunque voglia ridare vita alla politica e alla democrazia di questo paese (e non solo) è: intendete rimettere a posto i dispositivi per il passaggio pedonale oppure continuiamo a credere che il rosso per le auto è scattato per la semplice pressione sul pulsante di una scatola vuota?

Note sui conflitti

René Magritte, Condizione umana, 1933

Queste note prendono spunto da un articolo di Michele Prospero pubblicato da Il Manifesto il 15 dicembre scorso. Sono note per niente sistematiche e ancor meno esaustive ma avevo bisogno di scriverle per chiarire a me stesso alcuni punti dell’articolo.

Dell’articolo di Prospero condivido l’impianto generale della critica mossa ad una sinistra sempre più “leggera” dei suoi valori fondanti e su questo punto rimando alla lettura del denso articolo. Qui mi soffermerò su un passaggio molto delicato quando Prospero dice che “la sinistra ha dirottato le proprie antenne verso i nuovi diritti a costo zero, verso sensibilità estetico-ambientali-etiche che garantivano una presa in aree secolarizzate, colte, metropolitane dell’elettorato.” Affermazione ineccepibile e vera ma che a mio avviso contiene molte insidie che vanno chiarite. L’insidia più rilevante è ventilare un conflitto tra diritti, tra vecchi e nuovi diritti, e in particolare tra i diritti sociali della vecchia sinistra e i diritti civili della “nuova sinistra”.

E’ pericoloso stabilire una opposizione tra diritti, ed è un pericolo chiaro a Prospero quando afferma che i conflitti sociali sono stati stemperati verso diverse forme di conflitto: “L’agenda politica è stata così modulata sulle esigenze valoriali di un ceto medio riflessivo disposto a forme di mobilitazione civica e un velo è stato steso sui bisogni di fasce di società condannate alla marginalità e lontane dalle attuali forme di partecipazione politica.” Tuttavia lo stesso Prospero non sembra sfuggire alla trappola di stabilire un conflitto tra diritti, preludio scivoloso verso un ordine dei diritti. Ordine pragmatico? Certamente sì. Ordine ontologico? Sarebbe un esercizio fallace! Un esercizio che violerebbe l’indivisibilità dei diritti.

Nel momento storico in cui emerge la domanda di riconoscimento di un diritto questo entra nel panorama etico della società e priorità pragmatiche non implicano un ordine di importanza tra diritti. Se è palese che bisogna essere sazi per apprezzare la creatività artistica questo non significa che l’arte ha minore importanza del pane per fare di un uomo l’essere senziente e pensante che ritiene di essere.

Prospero ha però perfettamente ragione quando scrive del dirottamento del conflitto sociale verso “esigenze valoriali di un ceto medio riflessivo disposto a forme di mobilitazione civica”. Allora diventa utile capire cosa sia questo “ceto medio riflessivo”. E’ la cosiddetta classe media. Una chimera, un animale mitologico difficilmente definibile. La perdita di confini tra classi ha messo in crisi il pensiero critico di sinistra che ha abbandonato la critica del capitale. Di questo abbandono non è priva di responsabilità (se non altro passive) la stessa classe media. Processi di inclusione parcellizzata tra diversi strati sociali che si mescolano e confondono hanno portato a quell’esclusione “accolta con l’impotenza dell’attore individuale” di cui parla Prospero. Se prima i proletari non avevano da perdere che le proprie catene, oggi milioni di parvenu hanno tutti qualcosa da perdere. Milioni di penultimi che si rifanno sugli ultimi. Ecco allora che diventa chiaro l’uso strumentale dei “diritti a costo zero” per dirottare l’attenzione dagli emarginati, per creare cuscinetti di inclusione parcellizzata al fine di depotenziare il conflitto sociale tra classi alte e classi basse. Una strategia che ha funzionato da molto tempo anche con l’ausilio degli stessi diritti sociali, come ricorda Howard Zinn in Storia del popolo americano. A questo serve la classe media, questo è la classe media, un cuscinetto per disinnescare i conflitti e il ceto medio riflessivo, che della classe media dovrebbe essere la parte riflessiva appunto, è sempre più privo di riflessione oppure è un minoritario flatus vocis senza massa critica e sostrato su cui agire.

La classe media è un proteo che raccoglie una parte numericamente rilevante del mondo cosiddetto sviluppato, muta continuamente forma e ha cominciato a esistere quando ciascuno poteva “scegliere” la propria auto purché fosse del modello T e di colore nero. In definitiva la classe media del mondo occidentale ha assolto l’inconsapevole ma comodo compito di fermare la storia marxianamente intesa (ma la storia preme da molte direzioni e non è appannaggio dell’occidente sviluppato). La classe media prende la forma degli stimoli che la politica gli fornisce e se la politica è ancella dell’economia allora non c’è speranza per la società che non sia quella del massimo profitto per gli individui. Se invece la società riprenderà in mano il timone del proprio sviluppo attraverso una politica all’altezza delle sfide che possono essere affrontate solo collettivamente, perché globali e a lungo termine, allora non tutto è perduto.

Dopo anni di corsa al successo, di competizione come valore guida, dopo la recrudescenza del neoliberismo selvaggio che Thatcher e Reagan hanno inoculato fin dagli anni ottanta bisognerà ripartire dall’alfabetizzazione emotiva e etica prima di quella politica. Bisognerà ricostruire un linguaggio dimenticato, dare l’opportunità alla cooperazione, innescare meccanismi di socializzazione, iniettare nuclei di condensazione che stimolino la partecipazione per progetti sociali che solo successivamente diventeranno attività politica in senso stretto. Bisognerà risvegliare energie che sono presenti e che si stanno atrofizzando. Il tessuto sociale risponde a dinamiche di contagio. Se somministri un virus si ammala, se somministri un vaccino sviluppa gli anticorpi.

Lo sviluppo sociale si compone di molte dimensioni, per questo motivo il conflitto per i diritti sociali deve procedere di pari passo con quello dei diritti civili. Ben venga chi mette in guardia dall’uso strumentale dei diritti ma attenzione a tracciare surrettizie opposizioni tra istanze etiche che non fanno altro che alimentare conflitti in cui le lotte sociali e civili si smorzano a vicenda. Una conclusione non auspicabile che sembra fomentata da un paio di articoli di Diego Fusaro (questo e questo), il quale, a differenza di Prospero, non merita alcuna attenzione che non sia dettata dallo spirito polemico che è in grado di solleticare con maggiore competenza di quanta ne abbia per sollevare lo spirito critico.

La storia ha mostrato che non è possibile sussumere le dinamiche sociali nel conflitto sociale interclasse ignorando il conflitto intraclasse. Se i diritti sociali del conflitto capitale-lavoro rappresentano il portato di una dialettica tra classi, i diritti civili della parità razziale, di genere e orientamento sessuale rappresentano il portato di una dialettica interna alla classe che la critica di sinistra ha spesso sottovalutato. Tenere separate le due istanze significa fare una graduatoria dei diritti, significa violarne l’indivisibilità. Se i diritti sociali stanno alla base dell’emancipazione che prelude alla conquista dei diritti civili allora la storia, maestra di prassi, non dovrebbe essere avara di esempi ma non è così. Nel tempo delle grandi conquiste sociali le conquiste civili, sebbene non assenti, non sono andate di pari passo, per tacere delle tematiche ambientali che erano praticamente assenti sia per il loro valore in sé sia per tutti i possibili legami con gli stessi diritti dei lavoratori, primo tra tutti quello alla salute. Il movimento femminista denuncia una cultura patriarcale che non accennava a essere scalfita dalle conquiste emergenti dal conflitto tra lavoro e capitale. Il movimento per la parità razziale rivendicava diritti che non erano riconducibili al solo mondo del lavoro, lo stesso dicasi dei movimenti per il riconoscimento dei diritti omosessuali. La prassi che pone il prius dei diritti sociali non si smentisce se i diritti si muovono insieme e non può essere altrimenti perché per i diritti vale la locuzione latina simul stabunt, simul cadent. A tal proposito torna in mente un bell’episodio della recente storia inglese raccontato in un bel film di un anno fa in cui diritti sociali e civili si incontrano in una battaglia comune perché comune è l’esigenza di lottare “non solo per quello che sei, ma per quello che fai”, come scrisse Dario Accolla.

E’ purtroppo evidente che la richiesta, storicamente cogente, di riconoscimento dei diritti civili subisce un uso strumentale da parte di una sedicente sinistra per sviare l’attenzione dai diritti sociali ormai smobilitati ma l’avvertimento di tale uso strumentale non deve fomentare un conflitto tra diritti che è deleterio alla stessa emancipazione sociale. Serve alleanza tra soggetti che chiedono riconoscimento, non conflitto. Serve che le richieste pur soddisfatte di diritti civili (almeno in paesi dove il Vaticano non è così amorevolmente vicino come in Italia!) non si ritengano totalmente soddisfatte se vengono trascurate le istanze sociali. E’ solo così che il ceto medio cesserebbe di essere un cuscinetto anti conflitto al servizio delle classi dominanti per riprendersi la coscienza e la dignità della propria emancipazione. Gioire per un diritto ignorandone un altro è gioire a metà, che è come essere tristi a metà. Se c’è un’accusa che muovo alla classe media, di cui stando alle statistiche faccio parte, è proprio questa: aver consentito che i diritti venissero divisi, averne fatto una inconsapevole graduatoria e per questo restare facile preda dell’uso strumentale dei diritti.

Alla base dell’emancipazione sociale c’è la soluzione del conflitto tra lavoro e capitale, tuttavia tale conflitto non esaurisce tutte le istanze di riconoscimento (Honneth), non quelle provenienti da una struttura sociale e morale che non si esprime in termini di dialettica tra lavoro e capitale. Non tutta la dialettica tra servo e padrone è sussumibile in quella tra lavoro e capitale, poiché il plusvalore in gioco nelle relazioni sociali non è sempre quantificabile nell’equivalente generale della merce e del denaro. C’è un “plusvalore” morale che la dialettica tra capitale e lavoro ignora. Ancora una volta, serve alleanza tra conflitti, non conflitti tra conflitti.

Bisogna entrare nel dedalo della classe media che si infiltra negli spazi sociali più diversi e neutralizza dialettica e conflitti, omogeneizzando gli spazi. Bisogna comporre i conflitti disseminati in una classe metastatizzata per neutralizzare il corpo sociale. Oggi la classe media è operaia, contadina, professionista, laureata, precaria, diplomata, pensionata, ecc. La classe media ha reso difficile leggere la composizione sociale, impossibile leggerne il conflitto di classe che pure continua a esistere. Oggi dovremmo parlare di conflitti di classe, al plurale. Compito del pensiero di emancipazione (se non vogliamo usare il termine sinistra) è connettere i conflitti, non dividerli. Il vero elemento di distrazione dai conflitti di classe è il conflitto tra conflitti. I diritti sono il solo collante che possa ricucire i diversi conflitti sociali, le diverse domande di riconoscimento. Per questo sono indivisibili. Senza diritti saremo illusoriamente uniti solo dalla paura verso chi minaccia la nostra apparente serenità.

Classe popolare è diventato un vezzeggiativo con cui la classe media adora farsi coccolare soprattutto da destra (anche quella mascherata da sinistra) che ha capito che la classe media è diventata classe popolare. In realtà nessuno sembra sapere di cosa stia parlando e la sinistra, per evitare figure imbarazzanti, tace! In questo silenzio emergono politici a mezzo servizio, rivoluzionari digitali e strateghi da anonima bocciofili. Forse con la crisi ambientale e le crisi economiche che diventeranno sempre più frequenti si potrà ricomporre la classe lavoratrice nebulizzata (alienata!) nella divisione dei compiti, perché la cosiddetta classe media retrocede di livello man mano che la ricchezza si concentra sempre più in alto, man mano che le promesse della democrazia diventano sempre più lontani miraggi. Chissà se basterà un progetto comune, un obiettivo da perseguire perché la classe media possa essere distratta dai fantastici sconti che a fine stagione i supermercati offriranno a quanti faranno una spesa minima. La rapida dissoluzione dei recenti movimenti con percentuali sempre più elevate di indignati (addirittura il 99%!) ha lasciato movimenti significativi ma con percentuali più modeste. La palingenesi è lontana ma da qualche parte bisogna iniziare.

Libera chiesa in servo stato

L’epilogo della vicenda di Marino rivela come Roma e l’Italia, nella misura in cui la politica nazionale emana da Roma, siano assoggettate ai vecchi arcana imperi vaticani. Una repubblica a autonomia limitata, una democrazia azzoppata dove qualsiasi ducetto 2.0 può sventolare il vessillo della novità fino al successivo rimpiazzo.
Marino non è mai stato gradito al suo stesso partito. Con Renzi lo scontro, pure dissimulato, era evidente anche ai sassi. Tutto però è collassato quando il papa ha detto di non avere invitato Marino al suo tour negli USA, “io non l’ho invitato, chiaro?” Oggi Marino non è più sindaco di Roma e nessun media menziona questo decisivo episodio nella “rottura” dei rapporti dell’ex sindaco con la città, rottura forse avvenuta da tempo ma senza che questo fosse sufficiente per far decadere un sindaco regolarmente eletto. Nessuno parla di Francesco perché il papa è infallibile e poi questo papa è tanto simpatico!
A Roma, oggi come 150 anni fa, regna il papa re. Renzi ne ha approfittato per sbarazzarsi di Marino. L’Italia resta la stessa provincia dello stato pontificio di sempre, con una borghesia postfascista che ha sostituito la vecchia aristocrazia, una borghesia postfascista da sempre di cui il fascismo non è stato origine bensì culmine. Irretiti nell’autorità pontificia sono quanti non capiscono che questa vicenda prescinde da ogni partigianeria per la persona di Marino e per la sua azione politica ma inficia i fondamenti della democrazia e dell’autonomia delle istituzioni da ogni potere esterno alle stesse. Evidentemente il potere di cui parlo non è esterno alle istituzioni laiche bensì consustanziale, perché di laico resti solo l’etichetta.
Oggi il papa intervistato sulla caduta di Marino potrebbe rispondere irritato: ” io non l’ho votato, chiaro?”

Poche considerazioni e alcune domande

La peculiarità della democrazia è il continuo interrogarsi sui limiti e punti deboli di tale forma di governo, sulle fallacie degli stessi presupposti. A differenza delle altre forme di archia, per assurdo compresa l’anarchia, la democrazia si sostiene sul crinale delle incertezze e si dà da sé i pilastri della propria sussistenza. Da qui la necessità di interrogarsi continuamente se ciò che chiamiamo e consideriamo democrazia sia effettivamente tale e quanto ciò che chiamiamo e consideriamo democrazia approssima quell’ideale che pare aleggiare nei pensieri e nei discorsi.

La vicenda di Erri De Luca pone questi interrogativi in maniera palese. Indagato per istigazione a delinquere per aver detto che la TAV va sabotata, infine assolto perché il fatto non sussiste. Poche brevi considerazioni al riguardo e alcune domande, appunto.

Il reato di istigazione a delinquere viene sollevato raramente quando l’atto di istigazione danneggia le persone, vedi casi di razzismo e discriminazione di ogni tipo, ma non si esita a sollevarlo quando si toccano interessi economici che calpestano la volontà popolare e decisioni politiche prese senza considerare le realtà territoriali, con processi consultivi farsa e studi di impatto inutilmente voluminosi.

Nella rete delle relazioni economiche i grandi interessi economici coinvolgono inevitabilmente e funzionalmente i piccoli interessi economici che entrano a far parte della maglia sociale. Inevitabilmente e funzionalmente per ragioni strutturali di organizzazione delle reti, una rete con molti buchi è debole. I piccoli interessi economici servono da cuscinetto di sicurezza ai grandi interessi facendo “percolare” la ricchezza utile a contenere gli impatti sociali. Da qui lo scontro delle comunità della Val di Susa con le aziende che lavorano nei cantieri della TAV. Evidentemente la percolazione della ricchezza non è un buon metodo per assicurare la tenuta della maglia sociale!

Congelare i movimenti sociali di opposizione nelle regole stabilite(*) significa congelare la storia e significa tradire lo stesso concetto di democrazia se si prescinde dalla dinamica che ha originato i movimenti sociali. L’opposizione delle comunità della Val di Susa alla TAV può dirsi lesiva di un’opera realizzata negli interessi, non solo economici, della collettività? Tale opera, fin dalle sue fasi progettuali, è stata “indirizzata e coordinata a fini sociali”? Oppure è legittimo chiedersi se l’opera è realizzata “in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”?

Sussumere i movimenti sociali di opposizione nel terrorismo, come ha fatto a suo tempo Caselli, è un atto di miopia intellettuale sconcertante.

Ieri Del Rio ospite a 8 e 1/2 della Gruber ha detto che “una cosa è buttare un fiammifero sulla sabbia, altra cosa buttarlo su una tanica di benzina”. Vero, ma chi ha ammassato le taniche di benzina senza rispettare le regole della sicurezza?

Quali azioni restano disponibili alle comunità quando la politica si inchina all’economia e la democrazia diventa mero puntello procedurale al servizio di interessi economici imposti dall’alto? Resta il boicottaggio e in ultima analisi resta il sabotaggio, perché e solo perché non resta altro. Ecco perché la parola contraria di Erri De Luca sussiste e con lui abbiamo atteso di sapere se costituisce reato.  

(*) L’articolo del codice penale per cui Erri De Luca è stato processato risale al 1930. La democrazia non godeva di buona salute in quegli anni!

La resa dei conti

Mettiamo da parte giudizi di merito sull’operato di Marino come Sindaco di Roma e mettiamo da parte il “rivoluzionario” pontificato di Francesco. Proviamo a guardare gli eventi con occhi sereni e disincantati.

Un giornalista chiede a Papa Francesco se il Sindaco Marino è stato invitato a Philadelphia dal Vaticano. Alla domanda Bergoglio è visibilmente innervosito e risponde concitato: “Io non ho invitato il sindaco Marino, chiaro? Ho chiesto agli organizzatori e neanche loro lo hanno invitato. Lui si professa cattolico ed è venuto spontaneamente”.

Un capo di Stato di un paese dice, neanche troppo tra le righe, che un uomo pubblico di un altro paese si è imbucato! Infatti tutti i giornali sono un florilegio di “Marino imbucato al viaggio del Papa”! Dai belati corali del giornalettismo italico, su carta e in rete, si discostano poche isolate voci (Quotidiano.net).

Io chiedo in quale altro caso una simile vicenda non sarebbe stata stigmatizzata come un inaccettabile attacco alle autorità nazionali da parte di un paese straniero?
Non mi risulta che il sindaco di Roma prima della partenza per Philadelfia abbia millantato un invito papale. Se è così, ma si portino prove, allora il Papa ha fatto bene a smentirlo, fatto salvo il tono pochissimo istituzionale, ma se non è così ha torto, torto marcio e al suo “io non l’ho invitato” si potrebbe rispondere, con la stessa diplomazia usata da Francesco, “sti cazzi”!

La differenza di vedute, diciamo così, tra Francesco e Marino (medico favorevole all’interruzione di gravidanza e sindaco favorevole ai matrimoni gay) devono essere risolte in qualche modo. Marino non gode di alcuna simpatia al contrario di Francesco.
Questa era l’occasione opportuna per la resa dei conti, come non approfittarne?

PS – Consiglio la lettura di questo articolo estremamente dettagliato per farsi un’idea di questo tiro al bersaglio a Marino che ormai s’è trasformato in un rito sacrificale!

Roma, tra grande bellezza e sacro GRA

“Ma chi ha riportato lo spirito della Legge tra gli uomini? Eh?
La Chiesa vi contribuì (sempre farisea o sadducea)

Tuttavia, sia pure a parole, non si è mai dimenticata,
essa Chiesa, della carità. Anzi, ci son esempi (tra i piccoli:
no, no, non certo qui in Vaticano) di pura carità.

La Chiesa vi contribuì dunque perché? Perché essa è, diletti figli,
istituzione!!
Benché la carità sia il contrario di ogni istituzione!!
Però la carità sa che le istituzioni sono anch’esse commoventi,
cari laici – laici intelligenti, stupendi, che strillate
per rivendicare all’uomo il diritto alla completa, assoluta,
irriducibile, libertà (responsabilità)
Voi volete essere orfani, senza più Padri e Madri?
Orfani dolenti e spaventati, ma eroici?
Eh! Eh! E invece le istituzioni sono commoventi
e commoventi perché ci sono: perché
l’umanità – essa, la povera umanità – non può farne a meno.
Essa li desidera, i Padri e le Madri: è perciò che commuove.
Vi dirò: anche il Partito Comunista, in quanto Chiesa, è commovente.
(Aòh, non vi scordate che ci sta la scomunica)”

Pier Paolo Pasolini, da L’enigma di Pio XII. In Trasumanar e organizzar, 1971.

***

Inutile dirlo, Roma non è una città come le altre. Altrove il tempo scorre, qui si accatasta. Fare un ritratto di Roma in poche pagine è compito duro, anche perché, piaccia o no, è il ritratto dell’Italia, sempre oscillante tra le gran cose di Machiavelli e il particulare di Guicciardini. Se vogliamo usare una metafora contemporanea il ritratto di Roma oscilla continuamente tra La grande bellezza di Sorrentino e Sacro GRA di Rosi. La Roma di oggi è un pendolo che oscilla continuamente tra Fellini e Pasolini. A volte oscilla freneticamente a volte sembra fermo.

Un amico londinese in visita a Roma mi ha sollecitato a riflettere sulla situazione sociale e politica d’Italia in generale e di Roma in particolare, sulla trascuratezza di questa città, sui turisti che divorano le sue bellezze con sguardi rapidi, sui migranti invisibili, sulle mura coperte di Lazio merda e l’immondizia per le strade, sulla metropolitana sporca e affollata, sui senza tetto che dormono per strada, sull’attuale saccheggio di Roma. Ne è venuto fuori il testo che segue che pubblico con il desiderio di suscitare altre riflessioni. Ringrazio Andrea, osservatore attento della vita di Roma, per lo scambio di opinioni e per i suoi numerosi suggerimenti.

***

Leggere gli avvenimenti di Roma alla luce del presente è sempre sbagliato, in Italia è tragico e in una città come Roma può essere fatale. Roma è un difetto della memoria, cresce più per rimozione che per accumulo di ricordi e tutte le rimozioni prima o poi presentano il conto. La peggiore sventura per un italiano è essere nato in Italia! Il passato di questa nazione incombe sul presente e sul futuro come un padre troppo ingombrante. Non è raro in questi casi che i figli abbiano problemi a sviluppare la propria immagine, a trovare una dimensione propria e non è raro che si manifestino caratteri di rivolta e di rigetto della figura paterna, a volte si hanno tentativi di imitazione ma è sempre una condizione di conflitto. A Roma questo conflitto raggiunge dimensioni parossistiche. Questa forse è la radice del degrado di Roma. Non riguarda solo Roma e l’Italia ma è una tesi che merita maggiore analisi. Qui vedo la radice del “sacco” di Roma, operato da nuovi lanzichenecchi, italiani e stranieri, quasi sempre medio borghesi arricchiti e sovrappeso, tutti d’accordo a trovare il colpevole in qualche poveraccio che fugge dal suo paese depredato dalla nostra santa civiltà. Qui vedo la radice di quella caricatura del grand tour che è il turismo a Roma o altrove. Qui vedo la radice dell’indifferenza degli italiani alla propria storia, al proprio paese. Tutto potrebbe riassumersi in “uccidi il padre”, ma non è un fenomeno solo italiano, è quello che sta facendo L’Europa con Atene! Tornando in Italia questa rivolta contro il passato non è la sola radice, le altre radici vanno cercate nel deficit di potere che da sempre caratterizza questo paese, diviso tra impero e papato, e nel disincanto degli italiani (e dei romani soprattutto) che al potere non ci hanno mai davvero creduto.

Queste in breve sono le cause psicologiche e storiche remote di quella che a mio avviso può essere considerata una specificità italiana. Qui lo Stato-Nazione è nato più tardi che altrove in Europa e forse non è mai nato, l’auctoritas è sempre stata divisa tra decine di Stati. Roma è stata da sempre il simbolo di questo potere frammentato e in conflitto. Lo Stato Pontificio e il suo continuo gioco di alleanze e guerre con gli altri Stati, fuori e dentro i confini geografici dell’Italia, hanno segnato la storia di Roma e d’Italia.

Questa continua gara/guerra tra diverse autorità ha fatto la grandezza e la miseria di questo paese. La grandezza artistica e la miseria politica che purtroppo vediamo anche nei nostri giorni. La grandezza artistica è stata l’eredità di un continuo confronto tra “potenti” cui la popolazione assisteva indifferente, una gara di bellezza che doveva testimoniare la supremazia. La miseria politica perché il conflitto tra le autorità spesso condotto con raggiri, tradimenti, bassezze di ogni tipo ha minato alla base ogni concetto di autorità. Roma ne ha viste di tutti i colori nel corso della sua lunga storia. Ogni nuovo Papa doveva superare il precedente, molti non si sono fatti problemi a cancellare le tracce dei propri predecessori, tutti erano concordi a cancellare le tracce del passato imperiale di Roma, perché la filiazione non fosse evidente! Come dice Dostoevskij in L’idiota: “Il cattolicesimo romano crede che, senza una potenza imperiale, la fede cristiana non possa sussistere nel mondo, e grida al tempo stesso: Non possumus! Secondo me, il cattolicesimo romano non è nemmeno una religione, ma è la continuazione dell’impero romano, e tutto in esso è sottoposto a questa idea, cominciando dalla fede. Il papa vi ha conquistato il trono terrestre ed ha alzato la spada. Da quei tempi, ogni cosa prosegue in tal modo, solo che alle spade hanno aggiunto la menzogna, la furberia, l’infingimento, il fanatismo, la superstizione, la scelleratezza, trastullandosi coi più sacri, più sinceri, più ardenti sentimenti, i migliori sentimenti del popolo. Ogni cosa è stata venduta da Roma per denaro, per il vile potere temporale.” In questa lunga citazione di Dostoevskij c’è raccolta più storia d’Italia di quanta se ne può trovare in un trattato di storia.

Prima citavo di sfuggita il disincanto dei romani, spiego meglio. Prima del disincanto di Weber si deve parlare del disincanto dei romani. Se il disincanto di Weber segna il passaggio dalla magia del mondo contadino alla regolarità della quotidianità borghese, il disincanto dei romani è l’abisso tra le virtù celestiali predicate dalla principale autorità che opera qui da due millenni e le terrene mondanità di quella stessa autorità, costellata da vizi di corte e viltà che hanno indebolito ogni credibilità in una qualsiasi auctoritas. La risposta di Roma alle sollecitazioni che venivano alla propria auctoritas con i colpi di martello con cui Lutero inchiodava le sue tesi al portone della cattedrale di Wittemberg fu la controriforma! Una ulteriore stretta delle libertà individuali e un’immersione in un misticismo di facciata che rivelò in maniera ancora più impietosa la distanza tra le altezze della virtù e le miserie della vita concreta. Quando in Europa i fiamminghi dipingevano scene di vita quotidiana in Italia si dipingevano scene del vecchio e del nuovo testamento. Tutto ricominciò come prima, scempio del passato compreso. E’ utile ricordare un detto di diversi secoli fa: “Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini” (quello che non fecero i barbari fecero i Barberini). La frase si riferiva al prelievo del bronzo della trabeazione del Pantheon, che Urbano VIII commissionò a Bernini per la costruzione del baldacchino che è al centro della Basilica di San Pietro in Vaticano. La frase è una “pasquinata” affissa sul Pasquino intorno al 1625. Il Pasquino è il frammento di una statua ellenistica scoperta nel 1501. La statua, oggi alle spalle di palazzo Braschi, è sempre stata usata dai romani per denunciare ingiustizie e prepotenze del potere. Non è la sola statua a “parlare” a Roma ma sicuramente la più famosa. La notte, in segreto, venivano lasciati biglietti su queste statue con brevi componimenti, spesso in rima, che sbeffeggiavano i personaggi pubblici e gli esponenti della curia papale. Le pasquinate sono quei componimenti. Altre celebri pasquinate sono quella in morte di Papa Leone X nel 1520 a proposito della vendita delle indulgenze: “Gli ultimi istanti per Leon venuti, / egli non poté avere i sacramenti. / Perdio, li avea venduti!”, oppure quella in morte di Papa Paolo III nel 1549: “In questa tomba giace / un avvoltoio cupido e rapace. / Ei fu Paolo Farnese, / che mai nulla donò, che tutto prese. / Fate per lui orazione: / poveretto, morì d’indigestione.” Ma la pasquinata che mi piace di più è quella scritta in occasione della morte di Clemente VII de’ Medici nel 1534. Sul Pasquino trovarono un ritratto del medico del pontefice, ritenuto non privo di responsabilità per la morte del papa, e sul bigliettino c’era scritto “ecce qui tollit peccata mundi” (ecco colui che toglie i peccati del mondo). Anche se è difficile immaginare che la popolazione potesse scrivere in rima o in corretto latino il Pasquino ha sempre rappresentato e interpretato il sentimento popolare dei romani nei confronti del potere e poi bisogna considerare che la storiografia ufficiale porta memoria delle pasquinate colte e trascura quelle popolari, purtroppo.

Quando la lezione dei fiamminghi giunse in Italia era troppo tardi per costruire una nuova auctoritas che non fosse quella millenaria dell’impero in tutte le sue trasfigurazioni. Ogni tentativo di innestare un potere laico sul precedente ha dovuto fare i conti con questo passato e spesso l’innesto è stato fallimentare. Gli italiani di oggi sono il risultato di queste vicissitudini, solo tenendole ben presenti si può passare alle cause prossime della attuale situazione di Roma.

Non mi dilungherò su queste cause perché sono note e non sono diverse da quelle che agiscono in Europa e nel resto del mondo “sviluppato”. Intendo la mercificazione di qualsiasi cosa, anche dei secoli e della bellezza, intendo le politiche sociali che non esistono più per poter dare un tetto ai senza tetto, intendo una cultura di massa che se da un lato è positiva perché l’arte e l’urbe non sono disponibili solo alle classi agiate dall’altro lato è devastante se tutto viene fruito come una merce qualsiasi dalle moltitudini che oggi visitano Roma…altro che sacco, non bastano quello di Alarico e quello dei Lanzichenecchi. All’assurda indifferenza degli italiani alla propria storia si affianca l’iconoclastia contemporanea. Una furia che si riversa su una storia millenaria per affermare la propria presenza, come i vandali di ogni epoca che lasciano un segno del loro passaggio con un cuore trafitto e un ti amerò per sempre!

Roma è una città sospesa tra presente e passato, un passato molto più remoto di quello delle grandi metropoli di oggi. L’impianto urbanistico del centro di Roma è per molti aspetti medioevale. Moltissimi comuni italiani hanno lo stesso impianto, del tutto incompatibile con i trasporti di oggi eppure il trasporto privato sembra intoccabile in Italia (nella classifica mondiale per numero di auto per 1000 abitanti siamo al 6° posto!).

Dicevo delle politiche sociali che oggi sono sempre più devastate da una economia neoliberista che ha colonizzato e fagocitato l’immaginario politico confinandolo all’interno di parametri di efficienza assurdi prima di tutto dal punto di vista etico e poi anche dal punto di vista economico se solo l’economia fosse meno miope. Ci sono stati tempi in cui economisti come Keynes immaginavano un mondo che avrebbe dovuto “affrontare il problema più serio, e meno transitorio — come sfruttare la libertà dalle pressioni economiche, come occupare il tempo che la tecnica e gli interessi composti gli avranno regalato, come vivere in modo saggio, piacevole, e salutare” (J.M. Keynes, Possibilità economiche per i nostri nipoti, 1928). Tutto questo oggi in Europa è stato messo al bando, letteralmente al bando e in Italia lo abbiamo fatto con la riforma dell’articolo 81 della Costituzione che obbliga al pareggio di bilancio e conseguentemente azzera qualsiasi politica di investimento pubblico con ritorno di lungo termine. Ci siamo votati alla miopia, al ritorno economico a breve termine, come un’azienda avida di profitti immediati e pronta a chiudere battenti se i conti non tornano! L’accoglienza e l’integrazione degli immigrati sono considerate attività in perdita, ci vuole troppo tempo per vederne i benefici economici!

Tutto questo si inserisce nel contesto esplosivo della crisi economica, dell’immigrazione di massa. La crisi economica cominciata nel 2007 ha aumentato il numero dei poveri e ha ridotto ulteriormente le possibilità di intervento sociale. Questa crisi è stata affrontata in Europa con l’ottusa austerità senza visione di futuro, prigionieri del terrore tedesco dell’inflazione, residuo di un senso di colpa mai risolto dalla Germania che paradossalmente evoca i fantasmi del passato proprio perché li vuole allontanare! Una migrazione di massa dai paesi del nord Africa e del Medio Oriente come risultato delle allegre scorribande e delle politiche predatorie europee e statunitensi. L’immigrazione affrontata da tutti i paesi europei in maniera vergognosa e fascista! Queste sono le cause prossime di grande scala poi posso menzionare qualche causa prossima di piccola scala, più specificamente romana! Si tratta di una mia ipotesi ma ho qualche motivo per crederla fondata. E’ roba da niente rispetto a quello che ho citato ma sufficiente per dare il colpo di grazia a Marino (centrosinistra), l’attuale sindaco di Roma.

Marino non ha mai entusiasmato i romani ma ancor meno ha sollevato le simpatie del vecchio impero di Roma. Marino ha sempre manifestato la sua intenzione di istituire un registro per le coppie omosessuali attirandosi le antipatie del Vaticano. Recentemente Marino ha mantenuto la promessa. E’ un atto simbolico perché in Italia le coppie omosessuali non esistono (!) ma è un atto simbolico fatto a Roma e non è poco. La chiesa pare abbia riposto lo spadone da combattimento brandito fino a poco tempo fa e lo scontro non è acceso come poteva esserlo in altri tempi ma questo non significa che le auctoritas operanti in questa città non siano nuovamente in conflitto. Un episodio ha confermato questa mia ipotesi. Giorni fa è scoppiato l’incendio che ha creato notevoli disagi all’aeroporto di Fiumicino. L’Osservatore Romano, il giornale ufficiale del vaticano, ha pubblicato un articolo sguaiato in cui si diceva che Fiumicino è solo la punta dell’iceberg, dopo l’inchiesta di mafia capitale, la crisi di Ama (raccolta rifiuti) e Atac (trasporto pubblico) e gli altri scandali che hanno colpito la pubblica amministrazione. In sé la notizia non è falsa ma vanno considerate alcune cose singolari. La giurisdizione dell’aeroporto di Fiumicino non è in alcun modo in carico a Roma poiché ricade in un altro comune e l’amministrazione di Roma non ha alcuna responsabilità al riguardo né può fare nulla per l’aeroporto. L’inchiesta mafia capitale e gli scandali di Ama e Atac riguardano in larga misura la precedente amministrazione di Roma quando sindaco era Alemanno (centrodestra), un campione di incassi riguardo a scandali e inefficienze della capitale ma simpatico al vaticano perché intriso dei sacri valori della famiglia! E’ curioso che l’Osservatore Romano, così attento alle vicende nazionali, si lasci sfuggire questi dettagli e soprattutto abbia taciuto quando già si sapeva del malaffare della giunta Alemanno, egli stesso inquisito per mafia. Nessuna indagine riguarda direttamente Marino ma nell’inchiesta mafia capitale non mancano soggetti dello stesso partito che sostiene Marino ma qui in Italia quando si tratta di malaffare si adotta sempre una politica bipartisan, altrimenti chi rimane fuori dall’affare potrebbe denunciare! Marino forse ha peccato a pensare, da persona onesta e razionale quale è, che bastasse la forza delle idee e delle argomentazioni per governare Roma, ma certamente non può essere accusato della terra bruciata che gli sta facendo attorno il suo stesso partito, guidato attualmente da un imbarazzante Bel Ami che è anche capo del governo. In poche parole ci si vuole sbarazzare di Marino  per ragioni politiche che vanno molto al di là dei confini dell’amministrazione romana.

Questi sono in sintesi i problemi che oggi Roma affronta, problemi nuovi e vecchi allo stesso tempo perché, come dicevo all’inizio, Roma è un’alterazione della memoria, va avanti per rimozioni più che per accumulo di ricordi. Roma dimentica le bassezze da basso impero e lascia dietro di sé rovine di fasti. Le une non esistono senza gli altri, questi non brillano senza le prime ma, come per ogni rimozione, prima o poi il rimosso emerge e chiede il conto, chiede che ogni sublimazione mostri il suo vero volto. Il rimosso a Roma chiede che i fasti si mostrino per quello che sono, sublimazioni delle nefandezze da basso impero. Il disincanto prende piede, ogni magia svanisce, le altezze vertiginose della stupefacente bellezza di questa città precipitano e quello che resta è una città in rovina che sembra non avere più tempo per rimediare ai suoi errori. Ma il tempo di Roma non si misura con i calendari delle altre città. Più volte Roma è stata sul punto di essere ridotta a un villaggio con poche migliaia di abitanti, più volte è risorta. Spero che il suo epiteto che la vuole città eterna resti vero a lungo.

Chiudo qui questa riflessione, a volte confusa a volte triste ma certamente appassionata perché Roma merita passione. Non è la città dove sono nato ma è la città dove vivo da venti anni ed è una città dalla storia magnifica e terribile e io sono solito amare tutte le cose magnifiche e terribili.