Le città visibili

05.12.15
Città di luce, la prima impressione ad accoglierci sul Tago, all’Alfama, è il sole abbagliante di Lisbona. Altro balcone sull’Atlantico, altro occaso dirimpettaio di quello magrebino.

A Lisbona ognuno è moltitudine più che altrove. Per alchimia letteraria in questo athanor fatto di luce brucia ancora l’anima di Fernando Pessoa, Bernardo Soares, Ricardo Reis, Alberto Caeiro, Alvaro De Campos, Alexander Search e chissà quant’altri. Qui la moltitudine alberga nel profondo di ciascuno.

Città sul mare con un continente alle spalle e un infinito di promesse da esplorare. Balcone del tramonto, non c’è che da inseguire il sole per vedere dove va a morire. Quali terre illumina di là dall’orizzonte?

Sette colli, ben più irti di quelli romani. Salite e discese ripide che mettono alla prova le gambe, curve repentine quanto basta per disorientare. Come ha forgiato il carattere di chi vive qui questa morfologia urbana? Quale effetto ha questo rincorrersi di gobbe e valli sullo spirito degli abitanti di Lisbona? Quali umori muovono la fatica delle salite e la pericolosa facilità delle discese? Architetture dislivellate si adeguano all’irrequieto temperamento del terreno.

Panni stesi sui balconi  evocano azulejos, un’intimità esposta che racconta vite, odori, colori. Qui l’intimità non ama stare chiusa in casa.

Un continente alle spalle spinge Lisbona a ridosso del mare, prossima a caderci dentro. Lisbona è una città di mare o sul mare? Le città di mare sono una condizione dell’anima, le città sul mare si affacciano sul mare e spesso hanno impressi nella memoria i pericoli che vengono dal mare. Lisbona è una città sul mare che non teme invasioni, nessuna minaccia può venire dall’oceano ignoto. Per Lisbona l’ignoto mare non è foriero di pericoli ma di scoperte. Come fa la moltitudine di Lisbona a nascondersi il timore che oltre l’orizzonte non ci sia nulla? Cosa cela la spavalderia dei navigatori?

06.12.15
Avvolta nella nebbia fino a mezzogiorno. La nebbia dissolve per poche ore, giusto il tempo perché la luce costruisca il Mosteiro dos Jeronimos.

Poi la nebbia si riprende la città. Una nebbia fitta, densa, pesante, che bagna il viso. Un filo di timidezza che vela la colorata sfacciataggine di Lisbona per almeno un giorno. La luce si mostra per via negationis, come in quella teologia che fa derivare la necessaria presenza di Dio dalla sua assenza.

Qui il terremoto ha lasciato tracce ancora vive. Al Convento do Carmo la ferita è rimasta aperta per dimostrare la ricostruzione di tutti gli altri monumenti.Voltaire qui scopre l’irragionevolezza della storia, qui capisce il senso doloroso e ridicolo della ragione, la sua caducità che pure vuole fare da bastione all’esistenza.

Un popolo che inventa il fado è un popolo che ha bisogno di piangere, di farsi cullare dal dolore del fato. Dal fato non si fugge, per questo la fuga qui diventa esplorazione e i più grandi fuggitivi furono navigatori. Quando l’epoca delle esplorazioni geografiche terminò cominciò l’epoca dell’esplorazione delle anime. L’epoca che ha Pessoa e Saramago tra i più grandi esploratori.

07.12.15
Alla stazione per Sintra i treni hanno un “destino”. Potenza della lingua. Da noi la destinazione dei treni è un arrivo. Un arrivo non ha altro obiettivo che il raggiungimento di un posto. Un destino trascina con sé significati e venti che sfuggono al programmato compimento di una impresa. Un destino è apertura all’ignoto che resta sempre incompiuto, altrimenti sarebbe un discorso finito, chiuso, cui seguirebbe il desolante silenzio di una lingua morta.

Il fado canta il dolore nella speranza di ingannare il grande predatore. Impietosirlo forse… quale dolore vuoi infliggermi che io non abbia già sofferto? Da noi quel tentativo di raggirare il dolore evocandolo abita nella canzone tradizionale napoletana.

A Crono vorace
serviamo pasto di giorni.
Agnelli di pasque a venire,
allestiamo quotidiani olocausti
e resurrezioni sempre rimandate.

Il tram 28 ha voce di legno che scricchiola, di rotaie che sferragliano. Scappa dai quartieri dove è forte l’odore di povertà. Si lascia dietro scintille, sfiora i muri e le spalle della gente, scarta di lato repentino, come per scherzo.


Su questo tram viene naturale fare un gioco. Sentire i pensieri della gente, i loro desideri, le loro speranze. E’ un esperimento pericoloso, è come essere al centro della tempesta con i venti che soffiano in tutte le direzioni. “Stasera tornerò a casa tardi, gli farò trovare la zuppa di cavoli ma ho poche patate e quelle che ho sono raggrinzite. Lo sapevo che avrei dovuto fare la spesa ma in ufficio mi hanno trattenuta…” Lei cammina con passo deciso, lui è un passo dietro, hanno appena litigato… Quei due camminano sottobraccio ma non sanno come dirsi che non si amano più come prima. Lei vorrebbe lasciarlo, lui ha già un’altra… “Domani mio figlio avrà un colloquio di lavoro, incrociamo le dita.”, “Non so più come fare, ogni cura è inutile e io sono stanca…”, “Sono innamorato e non so come dirglielo, scrivo una lettere, no, telefonerò ma se faccio scena muta come l’ultima volta…”,  “Sono quarant’anni che guido questi tram e quei due dietro attaccati alle balaustre esterne credono che io non mi sia accorto di loro. Farò finta di niente come sempre e poi è divertente vedere come saltano giù a ogni fermata per riattaccarsi con un balzo alla partenza.”, “Oggi è venuta poca gente, questa frutaria non rende la luce accesa per tutta la giornata. Se non fosse che me l’ha lasciata mio padre la venderei per mettere su un’altra attività…”, “Non so se dirglielo, se lo sapesse soffrirebbe di più ma ha il diritto di saperlo…”, “Domani se mi interroga farò scena muta ma non potevo studiare. Non la vedevo da quando si è trasferita e avevo troppe cose da dirle. Certe cose non si raccontano con le mail…”. Quella signora va a messa, quella entra dal fruttivendolo, quel ragazzo non riesce a far partire il motorino, quel signore è troppo lento, perderà il tram e io corro dietro le loro vite e perdo la mia. Basta così, questo è un gioco mortale per eccesso di vita. E’ un esperimento pericoloso vivere le vite che scorrono dai finestrini del 28 e poi siamo già al capolinea. Non si può contenere la vita degli altri troppo a lungo. Come faceva Pessoa a essere tutti? Pessoa si è fatto città. Visitare Lisbona è leggere Pessoa e viceversa.

08.12.15
Tre ragazzi parlano nel tram, mi arrivano poche parole della loro conversazione. “Mira”, per dire guarda. “Non me encanta”, per dire non mi piace. Certi significati viaggiano sulle parole significanti, altri si servono di tappeti volanti. Le lingue diventano ponti riccamente decorati quando portano significati da un paese all’altro, perché se restano in un paese solo perdono la loro ricchezza e mira non richiama più lo stupore dell’ammirazione ma resta solo un nudo guardare, encanta perde il suo appello all’incanto e resta una parola per dire che una cosa piace o no, semplicemente.

Note di viaggio in Sicilia

8.12.15
Nelle città come Roma o Napoli il tempo si accatasta. In questi posti il tempo ha un peso, una dimensione fisica che non è solo quella temporale. A Roma il tempo è grande oltre a essere antico e la sua profondità è pesante. A Napoli l’accatastamento del tempo va insieme a quello dello spazio. Ogni casa cresce sopra un’altra e non c’è tempo perché ciò che precede si “sposti”. Se a Roma il passato si sposta negli strati più profondi, a Napoli tutto è compresente, spazio e tempo si accavallano. Tutto si tiene, non c’è nulla che abbia la precedenza. Ma tra tutti i posti che ho conosciuto finora è in Sicilia che il tempo gioca scherzi insoliti. Qui il tempo pervade ogni cosa, da sembrare quasi inesistente. A Segesta i resti di un tempio medioevale sono contemporanei e il tempo che passa è infinitesimo rispetto al tempo che è passato in queste valli. La brevità del mio tempo si misura davanti ai millenni e ne resta sconvolta. Il mio tempo resta attonito, immobile, annichilisce e vuole fuggire. L’immobilità del tempo in questi siti toglie il respiro perché in questa assenza di tempo puoi vedere il tempo. A Napoli nulla è fermo. A Napoli c’è l’attività frenetica di un tempo che nega il tempo, non gli da il tempo di mostrarsi, ma come il Vesuvio, cova ed è sempre pronto a esplodere. In Sicilia l’eruzione è lenta e continua e, come il tempo, la lava incandescente copre ogni cosa e la congela in un manto di fuoco, appiccicosa colla di pietra che tiene tutto in un tempo sempre presente. Il tempo in Sicilia è appiccicoso, infuocato, come la lava dell’Etna, rosso e sanguigno, come pietra fusa. “Precipito in un abisso fatto di tempo…” scriveva Pessoa. Mi chiedo quali sensazioni mi tempesterebbero se dovessi visitare paesi come l’Egitto.

Il tempio di Segesta è incompiuto dal 400 a.C. I soliti lavori a rilento della Sicilia. Lo facessero sapere a Renzi che sblocca i lavori!

Poteva mancare tra le stradine di Erice l’impotente alla guida di un SUV che resta bloccato perché non è in grado di capire anzitempo che il suo inutile surrogato di un… ego intimamente piccolo non riesce a passare per questi vicoli medioevali? No, non poteva mancare!

10.8.15
La scogliera di Agrigento è una gigantesca meringa, albume d’uovo rappreso al sole. A nuotare in questo mare dirimpettaio d’Africa si ha il timore di scontrarsi con il corpo di qualche disperato che cerca fortuna. Nuvole nere arrivano da Sud.

A Agrigento convive storia e scempio. Paradossalmente l’abusivismo edilizio sembra prendere a modello proprio i siti dove sorgevano templi e insediamenti urbani greci. Una sorta di verso irrisorio che i mostri edilizi odierni fanno alla storia. “Che differenza c’è? Duemilacinquecento anni fa facevano lo stesso, costruivano davanti al mare, sui rilievi, sulle scogliere.”… Già, duemilacinquecento anni fa facevano uguale!

Mi chiedo se a Agrigento sono consapevoli della benedizione che hanno ricevuto dalla storia ma la domanda vale per l’Italia intera. Qui su via Atenea combattono edifici del centro storico e palazzacci della periferia.

Acqua siamo che obbedisce alla luna.
Marea montante, inabissati alle ricorrenze.

11.8.15
E’ il solito discorso, devi scartare di lato dalle vie scelte come vetrine di una città per scoprirne i gioielli. Da via Atenea bisogna addentrarsi per le salite laterali che vanno al duomo per scoprire palazzi la cui facciata è come il volto di certe vecchie signore che lasciano intuire quanto fossero belle da giovani e arrossiscono meravigliate e lusingate che qualcuno ancora le fotografi ma in cuor loro pensano che quanti passano indifferenti non siano in grado di vedere e capire la loro bellezza. Di quelle signore nobili che un tempo vivevano nel lusso e nel grandeur e oggi sono cariche d’anni e sventure che la ricchezza è andata via con la giovinezza.

12.8.15
Orografia aspra, terra corrugata, corrucciata dal sole che la fa rugosa e secca. La Sicilia porta nel nome la siccità, la poca acqua che la benedice, come la mia Puglia, Apulia, Apluvia, senza acqua.

Valle dei Templi, tempio della Concordia. Perfettamente conservato perché nel VI secolo il Vescovo Gregorio lo trasformò in basilica, non prima di aver scacciato gli dèi che precedentemente abitavano il tempio. Piazza Armerina, i mosaici perfettamente conservati perché una alluvione li ha coperti di fango. Contingenza della storia: quando una catastrofe anziché distruggere conserva.

Ancora su Agrigento/Napoli. A Agrigento centro e periferia si sovrappongono e confliggono, a Napoli coincidono e convivono, nel senso che a Napoli il centro storico non è mai stato appannaggio dei ricchi ma del popolo. A Napoli, più che altrove, il centro storico è la periferia della città.

Le civiltà scomparse ci insegnano la profondità e la precarietà del tempo. Ogni contemporaneità ha l’inevitabile difetto di considerarsi definitiva.

C’è chi accumula ricchezze e chi accumula tempo. Il tempo è l’unica vera ricchezza, l’unica risorsa davvero non rinnovabile. Ricchi sono i posti e le genti che accumulano tempo.

Caltagirone è curiosamente la città più sabauda che io abbia visto al sud. Un gusto austero e neoclassico si mescola al barocco siciliano. Non so se espressione del senso di colpa che rinnega le origini o ansia di futuro. Forse è questo il passaggio gattopardesco da un’epoca all’altra senza essere né nell’una né nell’altra.
Buona parte dei palazzi sono di impianto sei-settecentesco ma ricostruiti nel 19° secolo. Questo almeno lungo la centrale via Don Luigi Sturzo e poche vie laterali.

13.8.15
Duomo di S. Giorgio a Modica, un fulmine che da terra saetta in cielo. Una bestemmia, come tutto il barocco della Sicilia sud-orientale e il barocco leccese. Questo barocco urla al cielo le sue responsabilità.

La generosità della cucina siciliana, l’abbondanza delle porzioni e soprattutto il tripudio di sapori, una teoria di sapori, tutti in fila come musici di banda, fanfara scoppiettante di festa, paramenti patronali e gonfalone in testa, dolce, amaro, salato, all’unisono sinfonico.

Anche qui a Noto la pietra è “polpa di banana”, come a Lecce per Bodini. Morbida appena scavata dalla cava, s’indurisce all’aria. La luce urla sulla pietra, pane ancora caldo.
Deve esserci qualcosa nella luce di questi posti che insieme alla pietra li fa unici. Una voce più che un colore.
E’ un barocco tardivo quello di Noto, come quello leccese. Quando a Roma il barocco finiva da noi cominciava e poi è improprio usare lo stesso termine per Bernini o Borromini e per Gagliardi o Zimbalo. Non sono mai riuscito a capire per quale motivo si usi lo stesso nome per due stili così differenti. Se non nelle linee architettoniche è nella metrica che ci sono differenze notevoli, nella poetica direi. Se l’opera è la Commedia di Dante, a Roma si recita il paradiso, sublime e stucchevole, al sud è il purgatorio e più spesso l’inferno, tremendo e burrascoso dove le figure apotropaiche parlano ancora di un culto pagano.
A Noto ogni giorno si celebra il matrimonio tra sole e pietra e chiama la sua cugina Lecce per il ballo di nozze. Caltagirone esibisce la sua strada vetrina sabauda, Noto sfoggia il suo sfacciato barocco.

Su nove manifesti funebri sette sono commemorativi della scomparsa. Alcuni ricordano il 14° anno dalla morte.

14.8.15
A Siracusa la mappa serve al visitatore solo per comunicare ai locali che sta cercando qualcosa, poiché non si avrà il tempo di consultarla che qualcuno chiederà se stai cercando qualcosa. C’è un bisogno di dare indicazioni, spesso in lingua straniera che ha priorità rispetto all’italiano! “Cerca qualcosa?”, “Sì, il parco archeologico”, “E’ facile”. Le indicazioni non scoraggiano mai il visitatore, ovunque egli si trovi l’indicazione comincia sempre con “è facile”, poi segue un elenco di dedali che tra svolte a destra e manca finiscono con un “poi chiede” ma nei casi più fortunati finiscono con “e poi siete arrivati, ve lo dicevo che era facile”!

Enna, gente di montagna nel cuore di un’isola. C’è un senso di fuori posto. Sembra un paese lontano dalla Sicilia ma è quello che ne custodisce il conflitto tra terra e mare. Qui si gode il meglio della montagna e del mare ma non si è né qui né là. Di notte si sente ancora l’urlo di Euno.

15.8.15
Non si può conoscere la Sicilia senza conoscere la sua storia. La più grande delle isole greche è avamposto mediterraneo. Da qui tutto si controlla, tutti sono passati, tutti l’hanno contesa: greci, cartaginesi, romani, normanni, svevi, francesi, spagnoli, arabi. Qui tutti hanno scritto la storia, i locali hanno lasciato fare, indifferenti e fintamente malleabili. “Vengono per insegnarci le buone creanze ma non lo potranno fare, perché noi siamo dèi”, scriveva il Lampedusa.

Ruggero II a Cefalù come Togliatti 8 secoli dopo. La cattedrale di Cefalù fu fatta costruire perché il potere di Ruggero II non fosse scalfito da quello papale. Ruggero cercava alleanza con il papa. La cattedrale di Cefalù fu l’articolo 7 di Togliatti. Anche Ruggero pensava che il pegno gli avrebbe assicurato il governo per almeno 20 anni.

L’Italia non è un paese che si viaggia geograficamente. L’Italia si viaggia storicamente. Il nostro paesaggio è la storia, il nostro spazio è il tempo.

La Sicilia è come una bella foto che prima di scattare cerchi l’inquadratura migliore, l’esposizione ideale e tagli fuori quello che può rendere sgradevole il paesaggio, così resta solo la parte più bella, quella per i posteri.

Il centro storico di Palermo si presenta subito come calderone di civiltà. Le indicazioni stradali sono in triplice lingua: italiano, ebraico, arabo. Tanti gli africani. A Ballarò non siamo nel cuore di Palermo, siamo nelle sue viscere. Qui pernotteremo, dove si sentono tutti i borborigmi della città. Qui c’è la storia delle genti, quella che i libri ignorano.

A Palermo, crocevia mediterraneo, Napoli incontra Marrakech e Istanbul in una comunità ecotonale.

L’autobus sta per partire ma a una richiesta di informazioni l’autista ferma l’autobus e scende, ti accompagna per farti vedere la tabella degli orari che cerchi.

In alcuni quartieri ci si muove animali da preda, chi vive qui fiuta la paura. La pelle emana odori che segnalano quando attaccare.

16.8.15
L’Italia è un lungo molo nel mediterraneo e la Sicilia è lo scoglio faro per avvistare i naviganti e avvisarli del rischio che corrono le chiglie delle imbarcazioni.

Ti fermi a bordo strada e le auto, anche se procedono veloci, si fermano per farti passare.

Il signore indiano vive a Ballarò da 26 anni. Qui ha famiglia, qui è cresciuta sua figlia. Ha una bancarella di mercanzie e dice di non avere mai avuto problemi, che i palermitani gli sono tutti amici, che la mafia non esiste.

“La Vucciria, il mercato non esiste più, è ridotto a poche bancarelle. I palazzi sono crollati, il comune se ne è disinteressato e il quartiere è rimasto in mano alla malavita.” Dobbiamo cambiare prospettiva. La gente della Vucciria non ha “conquistato” il quartiere. Quella gente è stata abbandonata. Non sono conquistatori ma conquistati, per abbandono. Sono stati vinti dall’assedio dell’indifferenza.

La guida turistica sconsiglia manifestazioni pubbliche di affetto tra omosessuali. Parla di omofobia diffusa ma credo che in Sicilia valga più un discorso di riserbo che riguarda tutte le manifestazioni di affetto per le quali il luogo deputato è sempre privato alla vista. Ad ogni modo, omofobia o no, a giudicare da quanti gay si vedono in giro, Palermo dovrebbe essere consapevole che senza gli omosessuali la sua economia turistica avrebbe un collasso. Mai viste tante coppie gay!

Le dita a calice si aprono e chiudono velocemente per dire “pieno pieno”!

A volte mi sembra di essere a Napoli. Se avessi conosciuto prima Palermo allora a Napoli avrei detto che sembra di essere a Palermo, eppure c’è una differenza fondamentale. La multietnicità delle due città è differente. Quella di Palermo si alimenta dei quattro canti del mondo, quella di Napoli è tutta napoletana.

I templi più sacri di Palermo sono a Piazza Marina. Sono i maestosi ficus magnoloides secolari. Sui loro tronchi c’è tempo rappreso.

Di fronte al nostro tavolo sono sedute un paio di famiglie dell’alta borghesia palermitana. I due giovani rampolli si stanno studiando. Le due famiglie sperano che le casate si uniscano. Lui potrebbe essere un avvocato o un medico da almeno tre generazioni e fa di tutto per essere interessante, lei ascolta. Il matrimonio per amore lo hanno “inventato” i poveri. Alta, media e bassa borghesia concludono affari, ad imitazione delle dinastie nobiliari.

17.8.15
Terra dolceamara. Amara come i suoi agrumi e dolce come le sue mandorle, che se mangiate non ancora mature sono fatali.
La Sicilia è bella come una tragedia greca. Devi sentire il suo dolore per apprezzarla.

Il sole non è ancora sveglio che la linfa a Ballarò già scorre veloce. Princesa va a fare la spesa sui tacchi alti, equilibrio stento. Il vecchio dalla mano fasciata in una smorfia di benedizione bizantina scivola sinuoso tra sorrisi e insulti. “Assassina” dice un cocchiere rivolto a lui e il suo ancheggiamento diventa recitazione. Il vecchio è abituato a questi lazzi, a fimminedda qui è necessaria per affermare la propria virilità.

– Che fai?
– Le do l’euro per il tavolo.
– E così mi offendo. Fai una bella vita!

I muri scrostati resistono al sole e alle voci e di tanto in tanto un palazzo crollato apre una piazza che prima non c’era. Qui la vita si fa spazio tra vicoli stretti e vecchie decadenze, come un fiore che spacca l’asfalto con il suo germoglio e dopo tanta fatica non importa che sia bello.

Non esiste il gene della malavita. E’ nelle disuguaglianze sociali che va cercata la radice delle degenerazioni sociali. E’ tipico delle comunità ecotonali un “disordine” che sovverte la legge, indubbiamente con le specificità di ogni luogo determinate dalla storia e dalla geografia, ma è l’assetto sociale il fattore sul quale si può e si deve intervenire. Come si automodifica la società? Come interviene nell’assetto sociale per promuovere l’uguaglianza e la libertà? Libertà dai vincoli, libertà di agire. Libertà dai vincoli che annullano la libertà di agire. La società si dota di leggi uguali per tutti ma è nelle pieghe tra legge formale e legge materiale che si dispiegano le differenze territoriali, lì si annidano le degenerazioni del potere.

Il giullare di strada muto si siede al nostro tavolo e beve di un sorso il bicchiere di vino offerto. “Grande cuore” fa con le mani, ringrazia e se ne va. Non sapremo mai il suo nome. La sera prima ha fatto capire a quelli seduti di fronte a noi, le famiglie impegnate a unire le casate, che in due gli avevamo dato 10€. Mano ai portafogli, non potevano essere da meno. Gran bel colpo.

18.8.15
La bellezza del Duomo di Monreale si legge più nel registro psicologico che in quello estetico. Il tentativo di Guglielmo II di superare il nonno Ruggero II si traduce in un eccesso di grandiosità che si riversa nel profluvio di immagini. Il Duomo è un racconto senza silenzi, un continuo parlare della propria grandezza per non lasciare all’ascoltatore il tempo di soffermarsi sulle debolezze del narratore.

Ho sempre sostenuto che per conoscere la gente di un posto bisogna conoscere come mangia e come prega. Può essere utile conoscere come ama, ma anche questo è una fusione delle prime due attività. A Palermo, e in tutta la Sicilia, ogni piatto è una Santa Barbara in festa. Come l’Etna, erutta sapori, odori, storia. Quanto alla preghiera vale l’indicazione di una signora che raccomanda di visitare S. Giuseppe dei Teatini, perché “la cattedrale è bella, ma dentro spoglia è.” S. Giuseppe dei Teatini è una batteria di fuochi d’artificio barocco, un gioco psichedelico di tarsie di marmi, un capogiro da dopo sbornia, una esuberanza che stordirebbe persino Dio.

L’accento siciliano mi è familiare. Entra nel mio orecchio più facilmente di ogni altro accento. Sento l’esigenza di parlare il mio dialetto. E’ una specie di difesa, un modo di marcare la mia identità in questa terra che mi accoglie con il suo “eccesso di identità”.

Terra dove il potere è stato retto per troppo tempo da sovrani a metà. Terra di viceré. Da centro del mediterraneo è diventata periferia d’Europa. Qui clero e aristocrazia hanno dato il meglio in termini di architettura e il peggio in termini di politica. L’inesistente corte è stata divisa in rivoli di signorotti. Prima dell’unità d’Italia bisognava pensare all’unità della Sicilia ma questa è rimasta in mano a caporali e gabellotti, radice della mafia che per sistemarsi non hanno faticato a trovare qualche buon partito!

Città ponte, interregno tra due ultramondi. Un purgatorio senza punizioni e senza ascensioni.

La Madonna di Antonello da Messina è una donna siciliana forte e determinata. Non c’è sdilinquimento nei suoi occhi. La sua dolcezza è nella certezza di trovare in lei un punto di forza.

Nel Mosè di Pietro Novelli un vecchio ha una tavola della legge in mano e guarda lo spettatore con occhio incerto. E’ come se chiedesse: “sarà pronto il popolo per queste leggi?”, ma è ragionevole che si chieda anche: “basteranno per governarlo o dovrò aggiungere altro?”

Aragonesi e Borboni tornano a visitare Palermo, loro vecchia colonia. Gli spagnoli qui sono di casa, dopo quasi mezzo millennio di dominazione.

A piazza Ballarò la notte non si dorme. E’ festa fino a notte inoltrata. Il volume della musica è necessariamente alto e non potrebbe essere altrimenti con l’esuberanza di vita che scorre per queste vie. C’è un bisogno di urlare la propria presenza che il mondo non può essere disattento. Tra poche ore, come ogni mattina ci sarà il mercato. E’ questa la chiesa più bella di Palermo.

Atteggiamento ritroso, riservato dei siciliani. Codice diverso da quello napoletano, di irriverente goliardia.

La Sicilia è un bagno di Storia. Se c’è un sentimento, un desiderio che questo viaggio mi ha lasciato è quello di conoscere meglio la sua Storia che è Storia del mio Sud, del Mezzogiorno, che è Storia d’Italia, sospesa tra Europa e Mediterraneo, da sempre in cerca di identità per “eccesso di identità” (G. Bufalino). Noi popolo di emigranti perfetti, adattabili a ogni latitudine poiché da noi tutte le latitudini si sono intrecciate in un nodo che ancora oggi non ha trovato un Alessandro che lo recida.

Bicchieri per versi

– Versa un altro bicchiere di vino.
– No che poi te ‘mbriachi.
– Che importa è buono, è di Marino.
– Te lo verso se me scrivi na poesia.
– Accordo fatto e così sia,
  ma poesia è parola grossa
  per quella bisogna averci le ossa
  se scrivere mi tocca
  accontentati di una filastrocca.

– E mò che t’aspetti? Na cosa seria o na cosa allegra?
– Un po’ e un po’, come so’ io
– E come sei tu?
– Come so’? So’ na lacrimuccia che nasconno
  dentro na risata nfaccia ar monno,
  un piatto de pasta condito de carezze,
  un bicchiere de vino che m’hai ‘mparato a beve
  e addio pensieri bui, addio tristezze.
  So così, me faccio marmo pe nu esse neve.
– A Ba’ e mò che a poesia che volevi in pegno
  te la sei scritta da sola,
  io non so che dire per mantene’ l’impegno
  che se metto due rime in fila è grasso che cola!