Analfabetismo emotivo

Immaginiamo per un momento di trovarci di fronte ad un ragazzino che con le sue parole ferisce altri bambini. Certamente sentiremmo il dovere di far capire al ragazzino che le sue parole creano un disagio nei suoi coetanei, che il pezzo di mondo che sta cotruendosi intorno è fatto di sofferenza e sicuramente di astio. Spereremmo che il desiderio di vivere in un mondo migliore, che solo la comprensione dei sentimenti altrui ci può consentire, cogliesse il ragazzino e lo facesse crescere meglio.
Ora, immaginiamo per un momento che il ragazzino cresca senza aver capito il valore di quei principi elementari della buona educazione e del rispetto che, si spera, i genitori gli abbiano insegnato. Se è dotato di quello che si chiama ‘carisma’ potrebbe anche diventare un modello di imitazione per gli altri, potrebbe persino far sorgere il dubbio che quei principi siano aria fritta, roba d’altri tempi ormai scaduta. Il suo analfabetismo emotivo potrebbe far scuola e diventare nuovo paradigma liberatorio per quanti non sentono la necessità di un forte legame tra conoscere e sentire. Il ragazzino, ormai cresciuto, potrebbe persino pensare di sdrammatizzare i grandi spartiacque della storia umana costruendoci sopra un ponte con una barzelletta. Potrebbe persino indurre la risata dei suoi coetanei che allegramente attraversano quel ponte costruito su tragedie immani, su vite interrotte. Dolori che l’umanità farebbe bene a sentire ancora e per sempre, proprio per non dimenticare ciò che di umano ancora la caratterizza, il sentimento del dolore dell’altro.

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Come sempre la realtà si prende le sue rivincite sull’immaginazione.

Lettere non corrisposte

Palazzo Vidoni-Caffarelli

Il 12 gennaio scorso ho spedito all’indirizzo mail del ministro Brunetta (disponibile sul sito del Ministero della Funzione Pubblica) questa lettera. Inutile dire che, ad oggi, non ho ricevuto alcuna risposta.
Non è la prima volta che scrivo a qualcuno senza ricevere risposta, potrebbe essere dovuto ai molti impegni dei destinatari!

Egr. Prof. Brunetta,

le Sue dichiarazioni sulla qualità del lavoro pubblico e sul senso di appartenenza dei lavoratori (“Il tornitore alla Ferrari ha il sorriso e la dignità di dire al figlio che cosa fa, l’impiegato al catasto, i professori, i burocrati no”) oltre a scatenare acceso, quanto dannoso, dibattito hanno il pregio di rivelare buone letture. Tuttavia, la trasposizione giornalistica non sempre consente di capire appieno quale sia la profondità di comprensione delle stesse. Le analisi di autori come R. Sennett, che mi pare di scorgere nelle sue dichiarazioni, meritano sicuramente di essere conosciute da chi ha l’onere e l’onore di governare un paese ma la loro complessità non consente semplificazioni declamatorie che, oltre a snaturarne la portata, possono paradossalmente portare a politiche il cui esito potrebbe essere opposto al miglioramento dell’efficienza del lavoro nel settore pubblico che Lei vuole perseguire.

Chi si dedica alla riflessione politica rimanendo immune alle sirene del facile consenso sa che la democrazia fa continuamente i conti con il principio di organizzazione gerarchica, solo apparentemente antinomico con la democrazia stessa. Dico apparentemente perchè l’antinomia si risolve, o si stempera, con il principio di responsabilità che nella piramide gerarchica cresce sempre più, man mano che ci si allontana dalla base. Base che ovviamente non è priva di responsabilità ma che, se si è dotati di onestà intellettuale, deve essere considerata nel contesto che la distingue dal proprio vertice.

Se l’efficienza, a lei particolarmente cara, si misura nel rapporto tra un obiettivo e il suo raggiungimento, la responsabilità si valuta nello scarto che c’è tra gli obiettivi, comunque raggiunti, ed il loro senso, ed è in questo impegnativo magma che dobbiamo muoverci se non vogliamo rimanere intrappolati nel criterio dell’efficienza che ha valore a valle di ogni azione ma che in nessun modo politicamente onesto può essere esteso a monte della stessa. Se quanto dico è vero allora occorre chiedersi quale scarto si sia stabilito nel settore pubblico e nel settore privato, al quale Lei non manca di richiamarsi come modello, quale distanza (non solo fisica ma di senso, appunto) ha separato la base dal suo vertice e chi abbia la responsabilità di tale distanza nel settore pubblico.

Ora, di quella piramide che evoco, Lei attualmente occupa il vertice per il settore pubblico, lascio a Lei le considerazioni riguardo alla abissale distanza che c’è tra le funzionali (forse) ma comode politiche di incremento dell’efficienza e le complesse politiche di incremento del senso di partecipazione alla cosa comune.

Cordiali saluti
Antonio Caputo, Roma

Indebite pressioni

3 dicembre 2008

E’ scontro tra Onu e Vaticano. La Santa Sede boccia, con decisione, il progetto di una depenalizzazione universale dell’omosessualità. Un’iniziativa presa dalla presidenza di turno francese dell’Unione europea, e accolta da tutti i 27 Paesi della Ue. Immediato il “no” della Santa Sede: “Gli stati che non riconoscono l’unione tra persone dello stesso sesso come ‘matrimonio’ – dice monsignor Celestino Migliore – verranno messi alla gogna e fatti oggetto di pressioni.

Propongo la penalizzazione di chi non pratica usura, contrabbando, truffa, violenza sessuale, e, dulcis in fundo, per aumentare l’ottimismo patrio, evasione fiscale (in questo settore tocca ammettere che l’Italia è già molto avanti). Pensiamo alle discriminanti pressioni subite dai soggetti che esercitano queste antiche attività da parte di anacronistici moralisti, solitamente di sinistra e perciò sospetti di omosessualità, che tanto ingiustificatamente quanto ostinatamente non perdono occasione per dimenticare i fondamenti del cristiano amore che tutto abbraccia!
Guardiamo al futuro con l’occhio storico di hegeliana memoria. L’usura dei tempi medioevali ha dato origine all’odierno sistema bancario e finanziario. Truffa, contrabbando ed evasione sono stati i primi vagiti delle stupefacenti leggi del mercato. Che dire poi della violenza? Con tutto l’edificio hobbesiano cui ha dato origine non potremmo che essere grati a chi ha dato il là a tanto pensiero. Solo la mancanza di una visione prospettica non fa vedere come nella Storia ciò che in un momento sembra abominevole, in un altro periodo volge in bene, la chiamano eterogenesi dei fini! Liberiamo queste energie soppresse e rimaniamo fiduciosi di vedere i frutti dello spaccio e distorsione sistematica del pensiero cristiano e non solo. Oggi abbiamo una visione negativa, sarà sicuramente colpa della crisi finanziaria, ma chissà quali magnifiche sorti e progressive stiamo sopprimendo con le nostre assurde regole della famigerata civile convivenza.

Lettere corrisposte

10 novembre 2008

Con gratitudine alla Presidenza della Repubblica per la risposta a questa lettera.

Alla cortese attenzione del
Presidente della Repubblica Italiana
Giorgio Napolitano

Illustrissimo Signor Presidente,
ho deciso di scriverLe per sottoporre alla Sua attenzione la situazione di molti lavoratori che negli ultimi giorni si sono mobilitati, anche con pubbliche manifestazioni, in difesa del loro lavoro. Mi riferisco, in particolare, al settore della ricerca negli Enti pubblici perché ne faccio parte, sebbene il problema sia molto più ampio toccando i più svariati ambiti lavorativi di molti cittadini di questo Paese.
Il problema della ricerca in Italia è annoso e in diverse occasioni Lei ha sollecitato maggiore attenzione alla ricerca, sottolineando come si tratti di “una priorità, che dovrebbe riflettersi nella politica sia della spesa pubblica sia degli investimenti privati”. Lei è perfettamente consapevole delle dimensioni del fenomeno della cosiddetta precarietà e delle ferite sociali che questo fenomeno comporta. Con questa lettera non intendo quindi parlarLe di numeri, per i quali avrà le Sue fonti, bensì dello stato d’animo di migliaia di persone, uomini e donne spesso definiti giovani ma che altrettanto spesso così giovani non sono più e di come la nostra società, ed in particolare le istituzioni che ne incarnano lo spirito pubblico, possa a volte presentarsi loro come un posto poco accogliente.
Come Lei sa, il precedente Governo, guidato dal professor Prodi, aveva fissato in due leggi finanziarie la progressiva stabilizzazione dei lavoratori precari del pubblico impiego, tra cui figurano molti ricercatori. L’attuale maggioranza non ritiene di dover dare seguito a quell’impegno, richiamandosi al dettato costituzionale ed alla necessità di superare un concorso per poter essere assunti nel settore pubblico. Il principio è sacrosanto ed il richiamo alla Costituzione è tanto più apprezzabile per la sua provenienza. Tuttavia, molti ricercatori hanno effettivamente superato qualcuno dei pochi concorsi pubblici indetti e altrettanti avrebbero volentieri partecipato a concorsi pubblici, qualora fossero stati indetti, anziché passare attraverso decine di forme contrattuali nell’ultimo decennio della loro vita. Ad ogni modo, dalle recenti dichiarazioni del ministro della Funzione Pubblica, sembra che neanche per tutti i “capitani di ventura” che hanno superato un concorso si possa prefigurare quel processo di stabilizzazione tracciato dal precedente Governo. Il rischio, a parere del ministro, è mortificarne l’indole avventuriera! Ora, senza dover scomodare Montesquieu riguardo all’asserzione di costituzionalità e su chi dovrebbe pronunciarla, mi pare legittimo e auspicabile da parte di una forza di governo attenersi ai principi fondanti della res publica ma, pur non avendo una formazione giuridica, qualche lettura e una certa impostazione etica, mi fanno ricordare un principio non scritto ma fondamentale per la vita stessa e la credibilità delle istituzioni pubbliche che è la continuità istituzionale. Pertanto una visione, forse semplice ma certamente coerente della faccenda, mi farebbe pensare che sono percorribili due strade: o si sancisce l’inapplicabilità di una norma, secondo le modalità stabilite dalle regole vigenti nel momento in cui quella norma è stata emanata, o se ne da seguito. Ma riconosco la mia impreparazione in materia e spero che le iniziative dell’attuale Governo sul tema del precariato tengano in debita considerazione tutte le possibili conseguenze e, trattandosi di un intervento nel tessuto sociale, soprattutto quelle non immediatamente quantificabili.
Le statistiche ci dicono che nelle società cosiddette sviluppate, quale è quella italiana, la vita media delle persone si è allungata, ne consegue un naturale ed inevitabile spostamento delle attività vitali verso le età più avanzate. In particolare, si decide di formare un nucleo familiare in età più matura rispetto a qualche decennio fa, l’età media in cui si decide di mettere al mondo un figlio è sensibilmente aumentata, l’idea di avere una casa propria, se non è oggetto di derisione, diventa sempre più un’utopia e quant’altro possiamo immaginare. Lo stato delle cose è esattamente questo, le statistiche non mentono e la politica non può che prendere atto di questa situazione. I demografi ci informano che l’Italia sta invecchiando e che nel giro di un secolo gli italiani potrebbero non essere più la maggioranza degli abitanti nella nostra penisola. Da qui ad un secolo, molto probabilmente, non saremo qui a vedere se i demografi avevano ragione, e sinceramente non credo che questo sia il vero problema della futura società che abiterà questo lembo di terra. Parafrasando il grande Montaigne, potrei dire che noi siamo italiani per la stessa ragione per cui siamo perigordini o tedeschi. Certamente però possiamo fin da oggi farci delle domande sulle potenzialità che le persone che vivono e che vivranno in questo paese riusciranno ad esprimere e quanta energia vitale, invece, non troverà mai espressione nel modello di società che, direttamente o indirettamente, ci vede testimoni, interpreti e, nostro malgrado, costruttori.
Si attribuisce a Disraeli l’affermazione “ci sono tre generi di bugie: le bugie, le maledette bugie e le statistiche”, non so dire se il Primo Ministro inglese fosse ostile alla disciplina statistica, ma condivido la critica riguardo l’intrinseca insufficienza dei puri dati statistici a descrivere le dinamiche di un organismo complesso quale è la società umana senza che gli stessi dati siano integrati in una cornice interpretativa che ne spieghi l’intima natura. L’oggettiva descrizione delle dinamiche sociali dovrebbe indirizzarci ad una analisi profonda delle loro cause e dei possibili effetti, effetti che meritano ancor più attenzione vista la loro naturale dilazione temporale che in molti casi pone a dura prova le nostre capacità cognitive affidandole al campo delle congetture, se non delle vere e proprie scommesse sul futuro.
A me sembra che dalle pieghe dei dati sociali che le statistiche mettono a nostra disposizione emerga qualcosa di più complesso e più difficilmente quantificabile. Le persone della mia età, viaggio sui quaranta, non sono oggi più giovani delle persone che qualche decennio fa avevano la stessa età. Al di là di ogni augurabile progresso sociale e tecnologico, sono fermamente convinto che la nostra natura più intima sia molto meno mutevole dei nostri stili di vita. In realtà le persone della mia età sono oggi costrette ad essere e sentirsi giovani. Del resto senza le forze assicurate dalla giovinezza non si può fare fronte alle continue riorganizzazioni del proprio stile di vita, senza le energie della gioventù non è facile ripartire da zero continuamente ed instaurare nuove relazioni professionali magari cambiando per l’ennesima volta il proprio domicilio, figuriamoci poi come sia possibile costruire nuove amicizie e affetti, che sono molto più impegnativi. In questa condizione di neotenia socialmente indotta, una nutrita schiera di nuovi Dorian Gray, che hanno dovuto sostituire il cinismo all’estetismo di fine ottocento, vivono facendo attenzione a non guardare fino in fondo il proprio ritratto. Il rischio è noto! Giorni fa, una mia amica durante una riunione per decidere gli slogan da scrivere per una manifestazione in risposta alle politiche del Governo sul tema del precariato proponeva “i figli mai nati dei precari ringraziano”, fu lei stessa a ritenere il messaggio troppo forte e a non volerlo scrivere. Questo episodio mi ha fatto tornare in mente una vecchia pubblicità di Emergency dove su uno sfondo completamente nero c’era scritto “i medici di Emergency vi risparmiano le immagini che quotidianamente devono vedere”, facendo le debite differenze, per le situazioni ben più drammatiche con cui i medici di Emergency devono misurarsi, mi pare che lo spirito di quella mia amica fosse esattamente lo stesso salvo una variazione, se la pubblicità di Emergency risparmiava la visione della realtà di guerra agli altri, nel caso della mia amica qualcosa di intimo la induceva a risparmiare anche se stessa la piena ammissione dei fatti.
Contrariamente alla diffusa retorica della giovinezza, che oggi ha l’aria di essere un meccanismo di difesa più che uno slogan ideologico o un fatto anagrafico, io sono convinto che poter invecchiare sia un valore, un processo che arricchisce una vita e la porta a compimento, meta sempre più lontana per quanti non possono realizzare un progetto di vita di per sé arduo, come è atteso, ma che è continuamente minato da ostacoli sempre più numerosi, sempre mutevoli e soprattutto quasi mai dipendenti dal proprio impegno. Alle persone della mia età, che oggi hanno la ventura di lavorare nel settore della ricerca, ma la stessa cosa può dirsi per molti altri settori lavorativi, non è permesso invecchiare. Questa è la dimensione tragica, nel senso greco del termine, dell’instabilità lavorativa. Per quanto paradossale possa sembrare, ho a volte la sensazione che i ‘giovani’ della mia età non chiedano altro che poter finalmente cominciare ad invecchiare! Non per arrendersi, sia chiaro, o per ridurre il proprio impegno professionale ma per cominciare ad intravedere un barlume di senso e di compiutezza nella propria esistenza, per dare una organizzazione narrativa alla propria biografia, direbbe il sociologo Richard Sennett.
L’attuale Governo avrà senz’altro dei solidi motivi per proporre i tagli alla ricerca, per arrestare i processi di stabilizzazione nel pubblico impiego. E’ evidente che spesso le esigenze più squisitamente politiche sono sacrificate sull’altare dell’economia e che quasi sempre le esigenze economiche si risolvono in problemi di carattere contabile con i quali tocca pur fare i conti, tuttavia non è sempre comprensibile il criterio che regola i rapporti tra politica ed economia. Di tanto in tanto si afferma il cosiddetto primato della politica ma, abbastanza paradossalmente, questo richiamo si fa più forte proprio per correre in aiuto dell’economia. La recente situazione dell’Alitalia e l’attuale crisi dei mercati finanziari sono casi emblematici di questa situazione. In particolare, per le sue dimensioni, la crisi finanziaria vede impegnati molti governi di paesi sviluppati per salvare il sistema creditizio in nome di una crescita economica che altrimenti subirebbe dei duri contraccolpi. Si tratta certamente di una importante scommessa sul futuro dell’economia mondiale. In linea di principio, con molte riserve sulle modalità, questi provvedimenti sono condivisibili, ma non è forse il futuro dei lavoratori della ricerca e dei lavoratori in generale la più importante forma di investimento per il futuro ed il benessere di un paese? Allora per quale strana alchimia semantica in un caso la politica affronta di buon grado i sacrifici di un intervento pubblico, mentre nell’altro agisce richiamandosi ad una contabilità che cerca di pareggiare il bilancio il giorno dopo?
Quale che sia la visione etica di ciascuno di noi, non è possibile concepire una qualunque società senza pensare alle relazioni che i suoi membri instaurano tra loro, senza un contesto di reciproca fiducia tra i soggetti, senza una idea di progetto comune per un futuro che sia migliore del passato e del presente, senza concepire condizioni di solidarietà collettiva. Nessuna società, degna di questo nome, è possibile senza queste vere e proprie virtù che riecheggiano, da un punto di vista laico, una dimensione sacrale di lunga tradizione. Quale che sia la nostra formazione non si può concepire alcun modello sociale senza le vecchie virtù, ormai sempre più desuete, almeno in ambito pubblico. Virtù, certamente desuete ma non ancora completamente fuori corso, che si ritirano sempre più dall’ambito pubblico per trovare angusta espressione nell’ambito familiare o ancor peggio per rimanere inespresse nel nucleo più intimo dell’individuo, dove tuttavia premono per trovare una via d’uscita che spesso provoca quel malessere di cui non sempre si riconosce l’origine.
Le chiedo Signor Presidente, nel contesto di perenne instabilità che molti lavoratori vivono è ancora possibile parlare di fiducia, di lealtà o di qualunque altra qualità morale che costituisca un collante sociale? Si tratta di qualità che non hanno alcun significato in un contesto in cui il movimento è fine a se stesso senza fornire un senso al movimento stesso, qualità che chiedono simmetrie relazionali in cui nessuna energia, nessun investimento umano debba andare perduto. Simmetrie che si riflettono anche nella capacità delle istituzioni di riconoscere il valore delle persone e delle loro legittime aspirazioni. Molti ‘giovani’ ricercatori del settore pubblico vivono la loro condizione professionale in una sorta di distonia morale e a fronte del loro impegno sono compressi in un orizzonte di senso claustrofobico. All’impegno profuso nella loro attività professionale non corrisponde alcun riconoscimento di lungo termine. E allora cosa rimane per ricucire questa lacerazione? Come si può fronteggiare questa vera e propria schizofrenia morale, in cui alle esigenze morali interiori non corrisponde uno spazio pubblico idoneo per la loro espressione? Come si può superare la discrasia senza ridurre il significato stesso delle cose della vita a nulla di veramente importante, richiudendosi così in un cinismo che, nel momento in cui si rivolge verso gli altri e non più solo verso se stessi, perde la sua qualità ironica per diventare spirale di malessere?
La retorica della comunicazione facile ci presenta spesso come fannulloni poco avvezzi al rischio, tuttavia non ho mai incontrato colleghi che avessero intrapreso la strada della ricerca senza una autentica passione per il proprio lavoro. Per quanto riguarda la nostra attitudine al rischio, Le assicuro Signor Presidente che siamo perfettamente consapevoli dell’incertezza del domani, conosco tanta gente che ha avuto molte occasioni per sperimentarla, ciò che è duro accettare è il rischio che “nozze e tribunali e are” non abbiano più nulla da dare alle “umane belve”, se non la coscienza del fallimento di quell’immenso ‘esperimento’ politico di porre paletti alla naturale instabilità dell’esistere. La precarietà del lavoro celebra forse il fallimento di questo sforzo, oppure, come molti dicono, annuncia una nuova era? Sono in molti a cantare la fine del lavoro, in pochi a vederne il trionfo della natura sulla politica. Signor Presidente, addebitare la mancata realizzazione di un progetto di vita a scarso impegno è cosa ovvia, altrettanto ovvio è considerare la possibilità di incontrare sul proprio cammino avversità che non dipendono dal nostro controllo, ciò che a mio avviso non è ovvio, né accettabile, è costruire una società in cui l’impegno dell’individuo non ha valenza alcuna e gli imprevisti sono la sola variabile determinante del destino delle persone. Da un punto di vista puramente esistenziale sarà anche così, tuttavia sarebbe fatale dimenticare che le nostre società, e la tecnica regia che le dovrebbe governare, sono proprio il tragico tentativo di arginare quel caos cui l’uomo non potrebbe, né saprebbe, resistere. Portare quel caos all’interno del sistema sociale come unica variabile di stato getterebbe i singoli individui, e la società che costituiscono, nell’angoscia più alienante.
Signor Presidente, avrei potuto parlerLe delle tante attività istituzionali che molti ricercatori precari svolgono in diversi enti pubblici in sede nazionale ed internazionale, avrei potuto fare un asettico elenco degli accordi che il nostro Paese onora grazie al lavoro di persone che non sanno se ciò che hanno fatto fino ad oggi era un investimento per il futuro o un altro lungo intermezzo della loro vita. Un paese può anche sopportare il rallentamento di quelle attività, per quanto importanti esse siano, il tempo consentirà certamente di superare i momenti di crisi, ma gli individui che stanno dietro quelle attività non possono dire la stessa cosa. Per questo ho preferito soffermarmi su aspetti sicuramente meno visibili, poco istituzionali, ma non per questo meno rilevanti per uno Stato il cui benessere è anche il risultato del benessere dei suoi cittadini.
Signor Presidente faccio appello ai valori di cui Lei è garante, ai Suoi valori, alla Sua autorevolezza perché rivolga ancora un invito a chi regge le sorti del paese, delineandone il futuro, affinché ogni decisione sia presa alla luce di una attenta riflessione sulle reali conseguenze.
Fiducioso della Sua sensibilità La saluto con affetto e stima.

Roma, 16/10/2008
Antonio Caputo

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Che brutto tempo che fa

14 maggio 2008

In odore di categorie scadute potremmo dire che non hanno perso il pelo e neanche il vizio ma se una strategia si dimostra vincente perchè condivisa allora salutiamo con favore la nuova terza repubblica, la prima si è impantanata nell’immoralità (o nel protagonismo dei giudici?), la seconda nelle prove generali di rimescolamento, la terza perdurerà nello stato di massima entropia assicurata dal nuovo principio dell’omogeneità bipolare.
In questa neonata repubblica il dialogo sarà un monologo sostenuto da due o più (contro)parti con qualche marginale e inevitabile guastafeste, l’auspicata buona educazione sarà ottenuta con una accurata rimozione terapeutica dei criteri fondanti il discorso, goodbye Habermas. Più del contenuto conterà il contenitore, non dovremmo più preoccuparci di secolari dilemmi che hanno attanagliato il pensiero politico e filosofico, il vero e il falso saranno retaggi passati che scorderemo come è accaduto per quei lontani concetti della responsabilità penale e morale, qualcuno li ricorda ancora? La mia memoria è sempre stata un po’ difettosa e devo confessare che li vedo già piuttosto vaghi.
Diciamoci la verità (questa frase è chiaramente un ossimoro) erano concetti piuttosto impegnativi e se non ne siamo stati all’altezza allora può darsi che si trattasse di concetti fittizi, o certamente insidiosi. Per la verità (ricado ancora in errori di formazione) più di qualcuno ci aveva avvertito di questo, ma abbiamo avuto la presunzione di esaurire il problema in una disamina teorica, pensando pretestuosamente che un accordo, un patto bastasse a superare sul piano pratico l’infondabile, o quanto meno a metterlo da parte pur di definire i criteri di civile convivenza.
Siamo di fronte ad un cambiamento epocale, finalmente le aporie aperte dai grandi pensatori intorno al vero e al falso o intorno ai fatti e le interpretazioni trovano soluzione nella prassi politica non più attraverso stratagemmi criticabili delle regole a priori e del consenso a posteriori che in fin dei conti pretendono di ricondursi a quei concetti infondabili di verità e di fatto, bensì con una continua e rapida riscrittura delle regole (più rapida della loro lettura) e la solida pratica della consenso a priori, indipendente da premesse e conclusioni, goodbye anche a te Aristotele. Ad alimentare la dialettica politica e sociale sarà sufficiente la divisione tra la velina bionda e quella bruna e ad informarci dei restanti problemi ci penserà striscia la notizia o il parrucchiere sotto casa, lo spirito che si manifesterà non sarà proprio hegeliano ma almeno saremo in grado di afferrarlo subito senza ulteriori frustrazioni.
Per cui salutiamo questa legislatura, con ‘opposizione’ annessa, come un grande cambio di paradigma al quale non siamo ancora abituati per via di retaggi passati. Ad esempio mi ricordo ancora vagamente di personaggi il cui nome non poteva essere minimamente associato a fatti moralmente discutibili e la cui “intoccabilità” veniva prima della carica politica che ricoprivano, non dopo. Mi pare non si trattasse di una intoccabilità pretesa ma di una sacralità laica riconosciuta, personaggi che in verità (sic!, ahimè sono proprio inguaribile) avranno pure dato lustro all’Italia ma hanno fatto un gravissimo torto alla storia successiva facendo sorgere nelle menti più deboli assurde e insostenibili aspettative sulle qualità morali dei rappresentanti futuri.
Ma dobbiamo essere più indulgenti con noi stessi ed essere fiduciosi, se non saremo noi a capire questo tempo lo farà chi ci succederà.

Maggio romano

4 maggio 2007

Spett.le Osservatore Romano,

Mi permetto di inviare poche righe quale contributo per una serena riflessione, aiutata forse dalla distanza dall’articolo da voi pubblicato il 3 maggio in seguito ad alcune frasi pronunciate al concerto del 1° maggio a Piazza San Giovanni in occasione della Festa del Lavoro.

Terrorismo – 1. Il Governo del Terrore in Francia; estens., ogni metodo di governo fondato sul terrore. 2. Lotta politica, basata su violenze indiscriminate e destabilizzanti (uccisioni, sabotaggi, attentati dinamitardi, ecc.) impiegato da gruppi clandestini rivoluzionari…, atteggiamento intimidatorio basato su pressioni psicologiche ■ Norma di comportamento imposta coi modi dell’intimidazione e del ricatto. Der. di terrore
Terrore – 1. Senso intenso e sconvolgente di paura o di sgomento; 2. Persona o cosa che incute terrore; 3. Metodo crudele di esercitare l’autorità ■ Dal lat. terror-oris, der. di terrēre ‘atterrire’.

Questi i significati dei termini terrorismo e terrore secondo il Dizionario della Lingua Italiana di Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli (Ed. 2004-2005). Data la presenza dell’elemento coercitivo e intimidatorio nel significato dei termini terrorismo e terrore mi pare decisamente imprudente (se non irresponsabile) da parte dell’Osservatore Romano considerare terrorismo le parole da un presentatore in occasione del concerto di Piazza San Giovanni. Certamente la lingua Italiana è così ricca di sfumature che è possibile concepire contesti in cui i termini possono essere utilizzati in senso lato e allora non è assurdo pensare a locuzioni come “terrorismo verbale” usate con troppa leggerezza quando non implicano l’elemento intimidatorio, in ogni caso la smisurata disponibilità di strumenti verbali non autorizza persone dotate di buon senso ad allontanarsi troppo dalla radice dei significati, pena la perdita delle origini semantiche ma, ancor più grave, delle strutture psicologiche che i termini evocano in chi ne fa uso.
Appare persino banale dire che terrorismo evoca tragedie irrisolvibili, vite spezzate e dolori insanabili mentre le affermazioni del giovane presentatore apparivano come espressioni di una opinione che niente hanno di terroristico per quanto tale opinione possa non essere condivisa; le modalità di espressione, il contesto giocoso in cui quelle frasi sono state pronunciate non possono seriamente far pensare a nulla di terroristico salvo facendo violenza alle parole pronunciate ed al loro contesto (chiedo venia dell’inevitabile rovesciamento della situazione).
Certamente in alcuni contesti le parole possono suscitare paura per le conseguenze che possono determinare ma l’opinione espressa a Piazza San Giovanni dal giovane presentatore, e mi riferisco in particolare al cosiddetto caso Welby, più che suscitare odio nei confronti della Chiesa, qualora considerate con sufficiente serenità, sommuovono le coscienze, fanno pensare a quel messaggio originario di amore universale di cui la Chiesa dovrebbe farsi carico e sentirne il peso e l’impegno.
E’ desolante da parte mia considerare credibile l’ipotesi, che la reazione dell’Osservatore Romano al presentatore del concerto del 1° maggio, reazione che non è certamente isolata, possa essere il frutto di un atteggiamento di disagio più che paura, uno stato d’ansia che nasce dall’effettiva incapacità da parte delle alte gerarchie ecclesiastiche di assolvere al proprio impegno, ovvero predicare quel messaggio di amore universale tra gli uomini, ritenuto forse secondario rispetto ad aspetti puramente teologici e dottrinali. I motivi di tale disagio sono complessi e molteplici e possono essere brutalmente sintetizzati invocando vari demoni: modernizzazione, primato di una razionalità puramente strumentale, riduzione dell’uomo a strumento sostituibile dell’apparato tecnico-economico e quant’altro attanaglia la nostra epoca in una morsa mortale. E’ comprensibile che non sentirsi all’altezza del proprio impegno genera frustrazione, rancore e a volte sentimenti di rabbia, ma è incomprensibile che non ci si accorga che tali sentimenti proclamano proprio la sconfitta di quell’impegno, intendo la sconfitta dell’impegno a predicare i valori di amore e fratellanza non la sconfitta dei valori, di cui per fortuna non si hanno depositari di nessuna ufficialità che non siano gli uomini e le donne nel loro diffuso e quotidiano vivere, pur “nella loro semplicità e nel loro disordine innato”.
Mi rendo conto che tale disagio è estremamente arduo da risolvere e spero che abbiate l’umiltà di voler affrontare la fatica, di voler considerare quanto l’atteggiamento di rifiuto delle opinioni altrui sia immensamente distante dall’ama il prossimo tuo. Da parte mia vi auguro tutta la lucidità possibile per poter superare l’impresa.
Sinceri saluti.

Roma, 04/05/2007
Antonio Caputo